IO PRENDO QUELLO CICCIOTTO

Lo studio legale Bonelli Erede Pappalardo, lo studio più blasonato d’Italia, ha un acquario. Un acquario. Si potrà pensare: “Teneri” e immaginare il buon Sergio Erede, avvocato che fattura con onore i suoi milioni di euro annuali, spargere quotidianamente con amore il plancton per i suoi pescetti, rossi, blu, gialli, di tutti i colori, chiamandoli ciascuno per nome.

Ecco, le cose non stanno esattamente così. Nell’acquario non ci sono i pescetti. Ci sono i praticanti.

Tralasciando l’ironia da carogne con cui viene appellato tale luogo, il cosiddetto acquario altro non è che l’open-space in cui vengono ammassati i brillanti ed indifesi praticanti selezionati dal più rinomato degli studi legali italiani. Questa è la creme (oggi brulè, purtroppo) delle giovani leve, con i loro 110 e lode, le loro competenze linguistiche, le loro specializzazioni, ma soprattutto il loro amore per il diritto, la loro devozione, e chissà cos’altro. Queste giovani menti, selezionate tra gli innumerevoli curricula esaminati, vengono assunti e buttati nell’acquario. Lì nuotano e, come astici pronti per essere scelti e bolliti, battono freneticamente le loro piccole chele, pardon manine, sulle loro piccole tastiere, sognando il momento di gloria, vale a dire l’attimo in cui un affamato partner possa notarli e mangiarseli professionalmente, qualunque cosa possa significare questa metafora. Un giorno, quando verranno ben bene ripuliti della loro polpa, saranno i migliori professionisti sulla piazza. Oggi stanno in un acquario. In fondo, penso, gli uomini discendono dai pesci. Ma la cosa non mi impedisce di vedere in questa strana evoluzione un che di paradossale. Oltre che mostruoso. Sono pronto a scommettere che Darwin non ha mai considerato tutto questo.

CAPO!

Ho un Capo.

Pressoché ogni lavoratore ha un capo – lo stesso Pontefice deve rendere conto – ma nell’ambito avvocatizio il capo non è un semplice capo. Viene chiamato dominus, è un maestro, un modello, un esempio. Lo deve essere, la professione legale è un incessante apprendere, un’assidua osservazione del mestiere svolto dal collega, un continuo assorbire da chi è più vecchio o in gamba di noi. E’ per questo che si sentono colleghi che rinunciano a posizioni prestigiose, stipendi più ricchi, maggiori responsabilità offerte da altri studi, perché non vogliono lasciare il loro capo con cui tanto bene collaborano, tanto bene lavorano, tanto bene imparano. A me non me ne frega niente. Guardo il mio Capo e dove gli altri vedono il modello, io vedo solo mani callose, un abito vecchio di qualche anno di troppo e un’irresistibile ed avara follia di profitto, successo, ascesa. Oltre a numero smodato di peli nel naso, di cui non riesco a farmi una ragione.

Non posso negarlo, è un uomo a suo modo potente. Di lui si dice: “Porta i clienti”. E pare proprio una gentilezza: immagino quest’uomo affabile salire sulla macchina e chiedere: “Dove vi porto quest’oggi, clienti cari?”. “Al mare a fare le sabbiature, Giuseppe”. “Perfetto, allacciatevi la cintura”. E invece no, è solo un’abusata formula per significare che il fatturato dello studio può contare sulle società che a lui si rivolgono. Grandi società. Che rappresentano grandi introiti. E’ lui, infatti, che parla con gli AD, è lui che conosce il tale, è lui che ha rapporti con il talaltro, è lui che ha le mani in pasta, è lui che va a cena con il conte, è lui che va in barca col cliente, è lui “che ci vuoi fare, bisogna trovarsi al posto giusto, avere la giusta visione delle cose, il giusto piglio”. Il giusto padre, aggiungerei, trattandosi del figlio di un [importante ed influente professione]. Lo conosco da anni ma ancora oggi mi sento a disagio in sua presenza. Intendiamoci, non ne sono impaurito, nemmeno imbarazzato, ci diamo del tu, si discute, ci si confronta, si ride talvolta, ma resta tra di noi un confine che ho accettato come invalicabile. Un confine di diverse centinaia di migliaia di Euro di reddito annuo.

Il mio Capo ha due figli piccoli. Sono dieci anni che ha due figli piccoli, ma nessuno ha mai pensato di aggiornare la frase, forse perché suona tanto tenera. “Ha due figli piccoli”. “Hai ragione, non può farci male”. I due Figli Piccoli mi osservano dalla cornice, poggiata sopra un ripiano dietro la scrivania, in cui sono racchiusi da anni. Sul muro di fianco ai due stronzetti, su un vecchio cartoncino Fabriano A4, splende tiepidamente un sole ovoidale arancione che dona luce a tristi e scheletrici arbusti neri che, a loro volta, fanno ombra a quattro agghiaccianti esseri altrettanto scheletrici, uno alto, uno con i capelli lunghi gialli e due nani storti. Presumo sia l’opera figurativa di uno dei due Figli Piccoli che ritrae padre-madre-e-figli in occasione di una dimenticata Festa del Papà. Il mio Capo la guarda spesso quando pensa al modo migliore per risolvere un problema e, quasi schifato, ne distoglie subito lo sguardo piombando su di noi con l’idea risolutiva. Mi chiedo in quei momenti che tipo di padre sia, se nell’immensa aridità in cui si dibatte riesca a trovare almeno un momento di tenerezza. Ma è un quesito che getto subito nel cestino delle problematiche sorte senza intenzione nella mia mente. E guardo anch’io il disegno. E’ ulteriormente invecchiato rispetto a due minuti prima.

La verità, lo ripeto, è che del mio capo non mi interessa niente. Un tempo forse l’ho anche stimato, quando, ancora agli inizi, cercavo di capire con chi avevo a che fare. Mi piaceva la sua sicurezza, la sua pacatezza, persino la sua dedizione morbosa alla professione, che consideravo figlia di un’apprezzabile ambizione. Ma ben presto ho realizzato trattarsi solo di una macchietta, come la maggior parte di questi uomini votati ad un direzione, una meta, uno scopo, che loro paiono avere ben chiaro in testa, ma che io non riesco ancora a decodificare. Non l’amore per il diritto, considerato che l’avvocato d’affari di diritto si occupa ben poco. Non i soldi, considerato che finiscono in un accumulo impossibile a godersi con giorni fatti di 14 ore lavorative, week-end inclusi. Non il potere, considerato che subire la prepotente arroganza dei clienti non è esattamente il tratto distintivo che assocerei al potere. Insomma, devoti di una religione senza Dio, ma con tanti comandamenti. E di tale religione lui ha sempre cercato – sommando fallimenti a fallimenti – di rendermi adepto. Inizialmente, infatti, ascoltavo con attenzione le frasi fatte con cui infarciva i discorsi, ma, col procedere, ho dovuto ammettere a me stesso la verità: non significano assolutamente nulla. Quest’uomo è pazzo.

Così ogni tanto se ne esce affermando: “Porsi dal punto di vista della controparte è il segreto per raggiungere l’obiettivo”. Oppure: “Negoziare non è solo contrattare, è aggredire”. Io gli sorrido con sacra illuminazione in volto, simulando tutta la gioia del mio apprendere, e poi comincio ad elencare mentalmente i nomi dei sette nani, così, per distrarmi da tutto questo. Talvolta si lascia andare e si allarga all’ambito filosofico e allora diventa un guru dal disincanto dissacratore e sapiente. “L’umiltà è solo la presunzione che l’ha preso in culo”, mi ha detto settimana scorsa. Ho pensato che sono al servizio di Steven Seagal e ho desiderato piangere.

TI OFFRO UN CAFFE’

– Credimi, un prodotto incredibile.
– Sul serio?
– Te lo rende duro come un mattarello. E non immagini per quanto.
– Mah, io ho un metodo mio per la durata dei rapporti sessuali. Alla fine, anche fossero passati due minuti, faccio che guardo l’ora ed esclamo “Diomio è tardissimo”. Psicologico, surrettizio, capisci?
– Beh sì, infatti, chi è poi quella che è stata a controllare…
– Hai visto i commenti che ha inviato controparte?
– Certe cazzate.
– Grandissime cazzate.

IL SOGNO

Ho cominciato a fare un sogno, di quelli ricorrenti. Ma forse non è esattamente un sogno. E’ una fantasia cui mi abbandono nel momento in cui i pensieri si mischiano e si appannano poco prima che arrivi il sonno. Sono accecato da una luce abbagliante che proviene da un sole troppo chiaro per essere sano, un sole completamente bianco. Volgo gli occhi altrove e mi scopro che sto volando. O meglio, sto piombando dall’alto sopra una valle molto stretta, scura, percorsa da una stradina pietrosa. Mano a mano che mi avvicino alla stradina, quello che da lontano sembra il debole movimento di ciuffi d’erba mossi dal vento assume contorni più netti: una lunghissima processione di esseri che, ritmicamente, ondeggiano marciando verso un lontano puntino nero che potrebbe essere una miniera o una semplice caverna, dove vengono inghiottiti dalle tenebre. Lì per lì, l’impressione è di trovarsi di fronte ai leggendari sette nani, impietosamente riprodottisi. Ma agli strani esseri manca ogni levità, non cantano, non ridono, non sembrano nemmeno differenti l’uno dall’altro. Paiono, piuttosto, dei consunti e terrorizzati Oompa Loompa, ciascuno dei quali trasporta sulle spalle, in vecchie gerle logore, pile di documenti da cui, annegati in parole incomprensibili, saltano all’occhio profondissimi e tetri pallini neri seminati lungo tutte le pagine (i punti in sospeso, che l’ironia della sorte ha voluto chiamare, non senza crudeltà, “blob”) e mormora con tono metalllico “…pronto per stasera, dev’essere pronto per stasera, dev’essere pronto per stasera, dev’essere pronto per stasera, dev’essere…”. La caduta si fa vertiginosa. Tutto rotea vorticosamente. Precipito. Poco prima di sfracellarmi al suolo rivolgo un’ultima occhiata ai tozzi sventurati e sbianco: hanno tutti la mia faccia. E mi addormento.

IL MOTIVO

E’ alto intorno al metro e sessantacinque. Ha i pantaloni troppo larghi. E’ come se ne avesse preso un paio tagliati su misura per un individuo sull’unoenovanta/unoenovantacinque e poi ne avesse tagliato gli ultimi trenta centimetri. Fatico addirittura a vedergli le scarpe. Si intravede solo un tocco di punta. La giacca, ugualmente troppo grande, gli avvolge completamente il culo. Pare uno di quei poveri pazzi agghindati per la visita annuale dei parenti che l’hanno internato. Ma fosse solo l’abito, mi dico. Quello che realmente stona su quest’uomo è la testa a forma di fungo atomico che spunta dal colletto della camicia. Dio mio, questo essere è raccapricciante ed è appena entrato nella mia stanza.

Dietro di sé lascia una scia, visibile, tangibile, una lunga scia fatta di asciugamani frustati sulle natiche nello spogliatoio di una scuola di una ventina di anni fa; di rifiuti femminili imputati prima alla acne e, passata l’adolescenza, al fatto che “le donne sono tutte troie”; di notti passate a studiare per quel 30 e lode che – sono sicuro – mi aprirà tutte le porte che per me sono rimaste chiuse. Riesco a vedere, chiarissima, in questa sua scia di vessazioni e umiliazioni varie, la stereotipata vita che ha guidato il suo destino negli anni fino ad oggi, nella mia stanza. Provo un moto di compassione, che subito rifuggo. Non posso né voglio permettermelo. Non per costui. L’Uomo Con La Testa A Fungo Atomico è, infatti, il collega che ha deciso che per lui è arrivato, ad ogni costo, il momento di rifarsi dei torti subiti e di acquisire quella posizione che sogna da quando era bambino, da quando sentiva le altre mamme rivolgersi agli altri bambini esclamando: “Ma che bimbo bello bello” oppure “Il ritratto della salute e della bellezza” oppure “Ma guarda che bellissimo angioletto” oppure “E’ tutto da baciare, da tanto è bello”. Al suo turno: “Ehm… perbacco, già cammina!”. Da allora non fa che camminare, sopra tutto e tutti, in un percorso calibrato sulla sua fame di rivincita, sulla sua arrogante scalata, sulle miserevoli angherie subite che ora è pronto a restituire. In studio è considerato dai capi uno dei migliori, sprezzante, incredibilmente motivato. Io e lui non parliamo quasi mai. Ma ora sta lì davanti a me, mi chiedo cosa voglia.

“Duchesne, scusa una cosa”. Chiude la porta. “Qual è quello shampoo antiforfora prodigioso?”.
“Eh…?”.
“Mi ha detto Pietro che tu…”.
“Pietro è un coglione. Ti prende per il culo, non lo capisci?”.
“Ah, quindi…”.
“Quindi niente, non ho la forfora”.

Si allontana mortificato. Chiude la porta dietro di sé. La sua scia colleziona un ulteriore tassello.

PROFESSIONISTI INTORNO A PAG. 90

Venerdì mattina, il mondo dell’avvocatura d’affari – dal fondo del misero praticante all’alta vetta del comunque misero managing partner – si allontana qualche minuto dalla frenesia in cui affonda per avvolgersi in un rito di pregevole caratura: la lettura della rubrica settimanale – Professionisti – dell’eccelso Franco Stefanoni su “Il Mondo”, l’inserto business-e-dintorni del Corriere della Sera.

Là dove la massaia si perde nell’abisso degli occhi sediziosi di Riccardo Scamarcio o nella narrazione del nuovo e sospirante amore della Canalis, a noi piace avere il rendiconto del movimento professionale dei colleghi. Sapere che il tale partner se ne va da tale studio. Il talalatro giovane avvocato arriva nel talaltro studio. La law firm internazionale approda con la sua armata nel mercato italiano. Questo e quello si fondono. L’avvocato ics-ipsilon ha vinto la coppa del torneo di golf. E via così. Mi fermo qui, perché credo che chiunque a questo punto non veda l’ora di sfogliare tali pagine. Noi lo facciamo ogni settimana e, a differenza dei comuni lettori, ammicchiamo con noi stessi. Ammicchiamo perché noi sappiamo la verità e la verità è che si tratta di immondizia giornalistica, sguaiati pettegolezzi, soffiate di colleghi o ex-colleghi rancorosi e, soprattutto, marchette. E’ importante imparare a leggere tra le righe. Di fronte all’articolo in cui si cita di un partner che sceglie di lasciare uno studio per divergenze di strategia mantenendo tuttavia ottimi rapporti con gli ex-colleghi, noi sappiamo che è stato silurato e se potesse infilerebbe dell’azotidrato di piombo nel tubo di scappamento dell’auto del collega. Non escludo sia già avvenuto. Se leggiamo di un avvocato di 28 anni (con tanto di foto a lato in cravatta rossa, la cravatta di chi sa il fatto suo) sorridiamo con condiscendenza verso l’ennesimo pupazzo sbattuto sulla pagina dallo studio che l’ha assunto e vuole mostrare alla concorrenza a chi l’ha sottratto e quanto bene stia con la cravatta rossa. Via dicendo.

Una volta ci sono finito anch’io su “Il Mondo”. Ne ho comprate due copie: una l’ho donata a mia mamma, che si mostrasse orgogliosa con il dentista che le ricorda sempre di “avermi visto crescere con quella luce negli occhi che questo qui, signora, l’ho capito subito che faceva una carriera”; l’altra copia, invece, l’ho tenuta io ed ora giace sotto cumuli di ciarpame nel fondo di un cassetto in basso nell’armadio degli abiti. La conservavo per farla vedere un giorno ai miei nipotini. Poi, coi ritmi che sostengo, ho cominciato a pensare fosse tanto riuscire a mostrarla ai miei figli. Oggi giace nel fondo di quel cassetto dopo che l’ho fatta vedere al figlio dei miei vicini, una volta che mi hanno chiesto la cortesia di badarci perché loro dovevano andare a prendere la nonna in stazione che non trovava un taxi. Otto anni e una innaturale passione per il cinema splatter.

Mi ha detto: “Avevi più capelli”.

TI OFFRO UN CAFFE’

– Madonna, che faccia. E che hai fatto?
– Ma niente, dormo male, lo stress, le cose…
– E quella con cui uscivi?
– Barbara?
– Barbara, giusto.
– Non la sento da un po’. L’ultima volta passiamo una bella serata, andiamo a vedere “Le vite degli altri”, poi a cena, stiamo bene, parliamo, alla fine se ne esce che sta rivedendo l’ex, che è una situazione complicata, lui ha pure delle pendenze giuridiche e lei non vuole lasciarlo solo, si sono rivisti, hanno deciso di andar via per una vacanza lontano dai problemi, sarebbero partiti presto, resto lì col boccone a mezza gola, mi chiede scusa, ci tiene a me, ma è confusa e balle varie… Non so, dici che devo chiamarla quando torna?
– “Le vite degli altri” è quello con Stefano Accorsi?
– Non mi sembra, ma potrei dirti una cazzata.

TI SENTO MOLTO DISTURBATO

E’ appagante essere un professionista internazionale. Rispondere “Hello” alle telefonate mentre mi sistemo l’auricolare e mi roteo sulla sedia, pigiando sulla tastiera mentre converso (non scrivo nulla di particolare, cose come: fjcwpohv oppure conapmcèa, tanto per far sentire dall’altro capo del telefono che ferve l’attività) e con l’occhio dire alla segretaria che può andare e ne riparliamo dopo.

Ne è passato di tempo dalle prime imbarazzate telefonate che sostenevo, alzando al massimo il volume del telefono e calcandomelo all’orecchio, mentre tenevo un dito premuto sull’antitrago dell’altro padiglione auricolare in modo da poter captare questo incomprensibile idioma che era il legal english. Poi col tempo ho capito trattarsi sempre della stessa solfa, delle stesse frasi trite, dell’aria fritta che gonfia i polmoni del professionista serio. Nulla di realmente complicato, nulla di così importante.

Ho appena sentito Paul, legale interno di un’importante società inglese, per alcuni aggiornamenti sul contratto cui sto lavorando, un ordinario share sale and purchase agreement, volgarmente detto contratto di compravendita di azioni. Ma volgarmente, per cui va chiamato share sale and purchase agreement o, al limite, espièi (SPA).

– “Hello”, ho risposto, con navigato ottimismo, riconoscendo all’istante il lungo numero britannico sul display.
– …
– “Speaking”
– ….
– “Fine, thanks Paul. And you?”
– …
– “Ah ah ah”
– …
– “Yes”
– …
– “Yes”
– …
– “Yeah”
– …
– “Mmm”
– …
– “But…”
– …
– “Ok, ok”
– …
– “That’s perfect”
– …
– “Ok”
– …
– “Bye Paul, bye…”

Ho riposto l’auricolare incrociando lo sguardo del mio compagno di stanza: “Che voleva?”. “Capito un cazzo”.