STIAMO IMBARCANDO

Non amo particolarmente le trasferte. È vero, mi permettono di mangiare nei migliori ristoranti piatti di cui non so pronunciare nemmeno il nome, mi permettono di soggiornare in lussuose stanze d’albergo dove posso lavarmi la schiena in docce più grandi del mio salotto, mi permettono soprattutto di allontanarmi dalle solite quattro mura dell’ufficio e giocare a fingere di essere un uomo importante. Tutto a spese del cliente. A prezzo, tuttavia, di una sensazione di solitudine che va amplificandosi proporzionalmente all’allontanamento da Milano.

Siamo partiti giovedì mattina presto, vestiti di tutto punto, di modo che una volta sbarcati, fossimo in grado di raggiungere gli uffici del cliente con puntualità. Ferdinando, collega da poche settimane, si è presentato in un gessato blu Eddy Monetti, camicia bianca con iniziali ricamate FGB e un elegante trolley di Prada. Io ho messo l’abito grigio spiegazzato che avevo indossato già mercoledì in studio, una camicia azzurra e mi sono presentato munito del trolley che tempo fa ho avuto in regalo dai miei genitori e che, a loro volta, avevano ricevuto in regalo con un abbonamento a L’Espresso. Non è un atteggiamento il mio. Solo non mi riesce più di essere elegante. Una cravatta, dei polsini, pure una pochette, su di me acquistano una strana sembianza di fasullo, una contraffazione malriuscita di un malessere che da ogni poro striscia fuori fiaccamente. A differenza di Ferdinando io non mi impegno più. Ferdinando ha i capelli agghindati col gel. Io tengo i capelli corti. Ferdinando ha perfette farfalle simmetriche nei nodi delle scarpe. Io metto i mocassini. Ferdinando ha le basette sottili e un pizzetto leggero tratteggiato con precisione. Io ho un piccolo taglietto appena sopra il pomo di Adamo e uno a fianco dell’orecchio sinistro.

Ferdinando ha preteso di fare colazione nel bar dell’aeroporto. Cappuccino, brioche asciutta, succo di arance rosse e un pacchetto di Chloralit. 6 Euro e 50. Ha preso lo scontrino e l’ha messo nella tasca interna del portafogli. Prima tappa di un viaggio chiamato rimborso spese. Lo guardo con rammarico. Ci dirigiamo al check-in, business queue. Otteniamo il pass e ci dirigiamo verso la lounge-room riservata a chi viaggia in business class. Prendo posto sulla poltrona e apro un giornale a caso. Ferdinando si guarda in giro e vede il buffet. “Cazzo, potevamo fare colazione qui invece di spendere 6 Euro per un cappuccino di merda”. Lo guardo con nuovo rammarico. Pare un bambino sull’ottovolante, un cattolico a Lourdes, un cocainomane in Corso Como. Si alza per andare a spiluccare ancora qualcosa, “ne ho diritto”, pensa, “devo approfittarne”. “Ferdinando”, lo chiamo, “guarda che poi sull’aereo ci danno un’altra colazione”. “Siamo in business”, aggiungo come a mostrare una carota al mio asinello. Mi guarda con l’occhio ammirato di chi riconosce nel suo vicino un attore famoso o comunque una letterina di non troppi anni fa. Si siede a fianco e mi chiede quanto spesso mi trovo a viaggiare per lavoro. Imposto una faccia a caso scelta tra il repertorio di quelle “non-è-poi-così-importante” e lui, candidamente, mi dice essere la sua prima volta in business. Sorridi Ferdinando, oggi vedrai come il confine tra il ricco e il povero non è dato da muri di cemento, recinti, case popolari o zone centro-periferia. Il confine è una semplice tendina tra la fila 4 e la fila 5.

Più tardi ho tirato io stesso la tendina, quando Ferdinando ha cominciato a dare sfoggio del suo spettacolo migliore bloccando con amorevole presa il polso della hostess mora con lo chignon e mostrandole il sorriso più splendente. “Ci sta” è l’ultima frase che ho sentito prima di assopirmi in un breve e beato sonno.

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8 Pensieri su &Idquo;STIAMO IMBARCANDO

  1. “…su di me acquistano una strana sembianza di fasullo, una contraffazione malriuscita di un malessere che da ogni poro striscia fuori fiaccamente…”

    al posto tuo io sarei fiera di quella poca voglia di gel, di polsini, di perfetti nodi di cravatta.
    milano certe volte sembra piena di manichini.

    credo che tu al contrario, sembri un essere umano.

  2. Non so neanche se lo odi
    è un testo di Vasco Rossi,
    (Liberi,liberi) mi è semplicemente venuto in mente

    Ci fosse stato
    un motivo per stare qui
    ti giuro sai
    sarei rimasto sì
    son convinto che se
    fosse stato per me
    adesso forse sarei laureato
    e magari se “lei”…
    fosse stata con me
    adesso….
    …sarei sposato!
    Se fossi stato,
    ma non sono mai stato così;
    insomma dai
    adesso sono qui!
    vuoi che dica anche se
    soddisfatto di me
    in fondo in fondo non sono mai stato
    “soddisfatto” di che
    ma va bene anche se
    qualche volta mi sono sbagliato

    Liberi liberi siamo noi
    però liberi da che cosa
    chissà cos’è?…….chissà cos’è!
    Finché eravamo giovani
    era tutta un’altra cosa
    chissà perché?…….chissà perché!
    Forse eravamo “stupidi”
    però adesso siamo “cosa”…
    che cosa….che?…..che cosa…se!..?…
    “quella voglia”, la voglia di vivere
    quella voglia che c’era allora…
    chissà dov’è! ……..chissà dov’è!?

    Che cos’è stato
    cos’è stato a cambiare così?
    …ti giuro che, sarei rimasto qui….
    vuoi che dica anche se
    soddisfatto di me
    in fondo in fondo lo sono mai stato
    “soddisfatto” di che
    ma va bene anche se….
    se alla fine il passato è passato!

    Liberi Liberi siamo noi
    però liberi da che cosa
    chissà cos’è,….chissà cos’è!
    …e la voglia, la voglia di ridere
    quella voglia che c’era allora
    chissà dov’è?!….chissà dov’è!

    cosa diventò, cosa diventò
    quella “voglia” che non c’è più

    cosa diventò, cosa diventò
    e come mai non ricordi più…..

    Basta ho parlato troppo
    dopo un po’ cominicio a dare sui nervi…
    mi ritiro nelle mie stanze!

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