IL SOGNO

Ho cominciato a fare un sogno, di quelli ricorrenti. Ma forse non è esattamente un sogno. E’ una fantasia cui mi abbandono nel momento in cui i pensieri si mischiano e si appannano poco prima che arrivi il sonno. Sono accecato da una luce abbagliante che proviene da un sole troppo chiaro per essere sano, un sole completamente bianco. Volgo gli occhi altrove e mi scopro che sto volando. O meglio, sto piombando dall’alto sopra una valle molto stretta, scura, percorsa da una stradina pietrosa. Mano a mano che mi avvicino alla stradina, quello che da lontano sembra il debole movimento di ciuffi d’erba mossi dal vento assume contorni più netti: una lunghissima processione di esseri che, ritmicamente, ondeggiano marciando verso un lontano puntino nero che potrebbe essere una miniera o una semplice caverna, dove vengono inghiottiti dalle tenebre. Lì per lì, l’impressione è di trovarsi di fronte ai leggendari sette nani, impietosamente riprodottisi. Ma agli strani esseri manca ogni levità, non cantano, non ridono, non sembrano nemmeno differenti l’uno dall’altro. Paiono, piuttosto, dei consunti e terrorizzati Oompa Loompa, ciascuno dei quali trasporta sulle spalle, in vecchie gerle logore, pile di documenti da cui, annegati in parole incomprensibili, saltano all’occhio profondissimi e tetri pallini neri seminati lungo tutte le pagine (i punti in sospeso, che l’ironia della sorte ha voluto chiamare, non senza crudeltà, “blob”) e mormora con tono metalllico “…pronto per stasera, dev’essere pronto per stasera, dev’essere pronto per stasera, dev’essere pronto per stasera, dev’essere…”. La caduta si fa vertiginosa. Tutto rotea vorticosamente. Precipito. Poco prima di sfracellarmi al suolo rivolgo un’ultima occhiata ai tozzi sventurati e sbianco: hanno tutti la mia faccia. E mi addormento.