IL LUNEDI’

Il lunedì è un giorno micidiale, in questi ultimi tempi. E’ il primo cucchiaio di olio di ricino. Il 21 di settembre. L’inizio della settimanale salita. Arrivo in ufficio anestetizzato. Passo le prime due/tre ore in uno stato di incoscienza, mentre il caratteristico plon delle e-mail comincia ad accordarsi al battito del cuore. PLON. Apro cartellette, sistemo fogli. PLON. Vado a farmi un caffè. Schivo le chiacchiere di un collega a caso che stento a riconoscere e torno alla scrivania. PLON. Tante strisce con carattere in grassetto si accumulano in Outlook Express. “Hai ricevuto posta. Vuoi visualizzare il messaggio?”. No, io bevo il caffè. Tiro il bicchierino di plastica verso il cestino. PLON. Mi alzo. Raccolgo il bicchierino caduto a terra e lo butto nel cestino. Mi siedo di nuovo. Squilla il telefono. Lo fisso incantato come un oggetto mai veduto ma di cui ho sentito un gran parlare. Trrrrr. Lo fisso. Trrrrrrrrrr. Lo fisso. Trrrrrrrrrrrrrrr. Lo fisso e le palpebre scendono come serrande di venerdì. Automatica deviazione della chiamata. PLON. Nuova e-mail. Seguo il volo di una mosca. Entra Valentina, la mia segretaria. “Ha chiamato […] di Lovells. Dice se puoi richiamarlo perché è urgente”. “Certo”. … “Ah, Valentina, puoi per favore ricordarmelo anche questo pomeriggio”. PLON. Sistemo un faldone. Verifico, tra i post-it che appiccico quotidianamente come petali di girasole intorno al desktop, gli impegni più urgenti. Chiamare, fare, verificare, un numero di telefono che non so a chi appartenga, sigle, disegni, alcuni post-it sono addirittura vuoti, probabilmente attaccati per questioni di simmetria. Sono in ufficio da 40 minuti e credo di essere già in ritardo. PLON. Guardo fuori dalla finestra. Niente sole. Un passero dibatte le ali sul balcone. Guardo l’orologio. Mancano 110 ore al week-end. Qualcuna di più alla pensione.

QUELLO E’ UN PICASSO? LO SAPEVO FARE ANCH’IO!

Non conosco il nome dello studio di architettura cui viene appaltato l’arredamento del nostro studio, ma non credo che gli affiderei nemmeno l’allestimento del mio presepe. Qui ciò che conta è un’apparenza di lusso, di cortese ed affidabile stile, di solida classe, a cui il cliente deve sentirsi non solo tranquillo, ma oltremodo orgoglioso di affidare i propri interessi. Per questo fin dalla targa apposta sull’entrata, di più, fin dall’etichetta applicata sul citofono, tutto deve comunicare sicurezza, raffinata sicurezza. L’ingresso deve essere degno del più superbo albergo, l’accoglienza affabile e signorile, il contesto nobile. Et voilà, allora, il tappeto persiano su cui pulire il mocassino inglese, il board desk di lucido e pregiato mogano, eleganti e fiorite piante finte a fare da contorno. Fin dentro le sale riunioni, capolavori di un’arte finalizzata al profitto, prive al mio occhio di ogni minima coerenza estetica. Mi guardo intorno aspettando l’inizio della riunione, giocherellando tra le mani una delle matite col brand dello studio e pasticciando sul block notes, anch’esso col brand dello studio. Ad una parete incombe un quadro senza cornice, appeso per una cordicella simile a quella con cui vengono intrecciate le sedie. Il quadro è di tre soli colori disposti a vomito di bimbo: giallo, blu, verdone. Mi mette ansia. Alla parete opposta pende una cornice, senza quadro. E’ di legno bianco. E’ appesa al medesimo tipo di cordicella. Non sono un intenditore d’arte, ma credo di potere affermare con sicurezza che entrambi i pezzi facciano cagare. “Non comprendi”, mi dicono, “si tratta di dare un tocco di moderna classicità”. O classica modernità, non ricordo. Del resto, le sedie sono moderne, ma il tavolo è classico. “Non comprendi”, mi dicono, “si tratta di dare un…”. Tocco di moderna classicità, lo so. Sotto i nostri piedi, testimone indifferente di questa nostra piccola esistenza si stende la moquette e, talvolta il parquet, perfettamente ripuliti, solidi. Suvvia, non prendiamoci per i fondelli, non siamo in un museo né in una magione ottocentesca né tantomeno in un superattico newyorkese di qualche magnate dell’edilizia. Non appena si lascia il piano terra, o zona-clienti, e si torna nelle nostre stanze, lo scenario cambia. Sotto i nostri piedi la moquette trasfigura in un misto marrone-grigio di tela grossa, macchiata da lustri di caffé rovesciati inavvertitamente, macchie di cibi consumati nel corso di notti suicide, passi trascinati da tempo immemore. Non ci sono quadri. Non ci sono cornici. Non c’è mogano. Non ci sono piante, se non fosse per quei tre ostili cactus delle segretarie, scelti tra gli innumerevoli miracoli della flora perché, si sa, i cactus hanno bisogno di poche cure. Alle pareti, come trafitti scalatori, abbiamo dei sugheri colorati, da cui pendono ingiallite foto dei figli (degli altri, i famosi nipotini) e, per i più ribelli, una vignetta di Altan (di recente va forte quella che recita: “E’ una vita che nascondo la testa e adesso mi avvisano che era merda non sabbia”). Gli scaffali traboccano senza misura né ordine, avvolti in invincibili e metaforiche nubi di polvere. E poi, faldoni, faldoni ovunque, documenti, cartelline, scatoloni appoggiati da anni in attesa di sistemazione. “Quella è roba del Pedrini, che se ne è andato tre anni fa, io non la tocco”. “Ma è sulla tua scrivania”. “Appunto, io non la tocco”. La confusione ci circonda, ci attanaglia. Tutto è volto a ricordarci che l’ordine, l’eleganza, quella dolce, composta, armonica bambagia che ammiriamo al piano terra non è cosa per noi. Siamo sì dei professionisti, ma guardiamoci in faccia, che cazzo ne capiamo noi di arte? Lasciamo che i clienti abbiano ciò che spetta loro e noi teniamoci l’habitat che ci meritiamo.

Un collega del dipartimento di finance ha escogitato una soluzione: mi ha confidato che stasera lascerà sulla scrivania, in bella vista, per le signore delle pulizie un foglio con la scritta “Pulire la scrivania. Grazie”. Lo farò anch’io. Scriverò: “Portatemi via. Vi prego”.

TI OFFRO UN CAFFE’

– Ti vedo stanco.
– Eh sì, lavoro parecchio. E’ un periodo stressante.
– Il bimbo?
– Oh cresce, dovresti vederlo. Biondo, vivace.
– E Anna come sta che non la vedo da un po’?
– Bene. Mi ha appena chiesto il divorzio.
– Perfetto. Cioè, nel senso, mi spiace, ma ho un amico matrimonialista che può seguirti la pratica. Te lo presento. Lungo o corto?
– Lungo. Ho un sonno che non ti dico.

PIU’ TARDI MANGIO QUALCOSA

Seguo una dieta perfettamente bilanciata: 50% pizza, 50% sushi. Tutto ben confezionato e consegnato direttamente sulla mia scrivania intorno alle 21.30/22.00 ogni sera. Oramai conosco anche i pony-express. Il ragazzo cinese della pizza ultimamente sembra scuotere la testa all’interno del casco ogni volta che si allontana. Ma che ne sa lui delle emergenze? Lui che al massimo può perdere una prosciutto e funghi per strada. Sorrido di questa mia arguta notazione. Faccio un’approssimativa pulizia di un lembo di scrivania e vi appoggio le mie scatole di cibo ed una Coca Light. Al primo boccone ingoiato ho come l’impressione che dentro di me qualcosa si stia lamentando.

“Qui stomaco: pizza? Ancora pizza? Ma che cazzo pensate di fare lassù?”
“Qui cervello: obbediamo agli stimoli. Abbiamo sentito l’impulso-fame ed abbiamo provveduto immediatamente.”
“Qui stomaco: non prendeteci per il culo! A parte che abbiamo lanciato l’impulso due ore fa ed era chiaro: insalata, un brandello di carne, frutta, sostanze…”
“Qui cervello: non cominciamo di nuovo con questa storia.”
“Qui stomaco: storia? Siamo invasi dai corpi chetonici.”
“Qui cervello: la questione è chiusa.”

“Qui pelle: scusate se disturbo. Mi sto squamando.”

PRRRRR…

Praticante. Praticante. Praticante. Ripetiamolo più volte, come un mantra. Praticante. Praticante. Praticante. Praticante. Praticante. Praticante. Praticante. Non sembra nemmeno più una parola, sembra una maledizione. Se appena la voce si fa sussurro, se appena il sussurro si fa sibilo, ecco che avviene il prodigio. Quel suono sgradevole che ha ora la parola ai nostri orecchi, quel disturbante groviglio di lettere si fa fastidioso, assillante, molesto. Ecco, siamo riusciti a tirare fuori la vera anima nera che si nasconde dietro alla dimensione del praticante. Io e il mio compagno di stanza siamo soddisfatti di questa nostra teoria appena sviluppata. Appena si presenta un praticante gliela esporremo e ne testeremo la reazione. La giovane avvocata del secondo piano dice che siamo malati. Ma quando faremo la scena vuole esserci. La pietà è morta quando l’avvocato è comparso sulla terra.

STIAMO IMBARCANDO

Non amo particolarmente le trasferte. È vero, mi permettono di mangiare nei migliori ristoranti piatti di cui non so pronunciare nemmeno il nome, mi permettono di soggiornare in lussuose stanze d’albergo dove posso lavarmi la schiena in docce più grandi del mio salotto, mi permettono soprattutto di allontanarmi dalle solite quattro mura dell’ufficio e giocare a fingere di essere un uomo importante. Tutto a spese del cliente. A prezzo, tuttavia, di una sensazione di solitudine che va amplificandosi proporzionalmente all’allontanamento da Milano.

Siamo partiti giovedì mattina presto, vestiti di tutto punto, di modo che una volta sbarcati, fossimo in grado di raggiungere gli uffici del cliente con puntualità. Ferdinando, collega da poche settimane, si è presentato in un gessato blu Eddy Monetti, camicia bianca con iniziali ricamate FGB e un elegante trolley di Prada. Io ho messo l’abito grigio spiegazzato che avevo indossato già mercoledì in studio, una camicia azzurra e mi sono presentato munito del trolley che tempo fa ho avuto in regalo dai miei genitori e che, a loro volta, avevano ricevuto in regalo con un abbonamento a L’Espresso. Non è un atteggiamento il mio. Solo non mi riesce più di essere elegante. Una cravatta, dei polsini, pure una pochette, su di me acquistano una strana sembianza di fasullo, una contraffazione malriuscita di un malessere che da ogni poro striscia fuori fiaccamente. A differenza di Ferdinando io non mi impegno più. Ferdinando ha i capelli agghindati col gel. Io tengo i capelli corti. Ferdinando ha perfette farfalle simmetriche nei nodi delle scarpe. Io metto i mocassini. Ferdinando ha le basette sottili e un pizzetto leggero tratteggiato con precisione. Io ho un piccolo taglietto appena sopra il pomo di Adamo e uno a fianco dell’orecchio sinistro.

Ferdinando ha preteso di fare colazione nel bar dell’aeroporto. Cappuccino, brioche asciutta, succo di arance rosse e un pacchetto di Chloralit. 6 Euro e 50. Ha preso lo scontrino e l’ha messo nella tasca interna del portafogli. Prima tappa di un viaggio chiamato rimborso spese. Lo guardo con rammarico. Ci dirigiamo al check-in, business queue. Otteniamo il pass e ci dirigiamo verso la lounge-room riservata a chi viaggia in business class. Prendo posto sulla poltrona e apro un giornale a caso. Ferdinando si guarda in giro e vede il buffet. “Cazzo, potevamo fare colazione qui invece di spendere 6 Euro per un cappuccino di merda”. Lo guardo con nuovo rammarico. Pare un bambino sull’ottovolante, un cattolico a Lourdes, un cocainomane in Corso Como. Si alza per andare a spiluccare ancora qualcosa, “ne ho diritto”, pensa, “devo approfittarne”. “Ferdinando”, lo chiamo, “guarda che poi sull’aereo ci danno un’altra colazione”. “Siamo in business”, aggiungo come a mostrare una carota al mio asinello. Mi guarda con l’occhio ammirato di chi riconosce nel suo vicino un attore famoso o comunque una letterina di non troppi anni fa. Si siede a fianco e mi chiede quanto spesso mi trovo a viaggiare per lavoro. Imposto una faccia a caso scelta tra il repertorio di quelle “non-è-poi-così-importante” e lui, candidamente, mi dice essere la sua prima volta in business. Sorridi Ferdinando, oggi vedrai come il confine tra il ricco e il povero non è dato da muri di cemento, recinti, case popolari o zone centro-periferia. Il confine è una semplice tendina tra la fila 4 e la fila 5.

Più tardi ho tirato io stesso la tendina, quando Ferdinando ha cominciato a dare sfoggio del suo spettacolo migliore bloccando con amorevole presa il polso della hostess mora con lo chignon e mostrandole il sorriso più splendente. “Ci sta” è l’ultima frase che ho sentito prima di assopirmi in un breve e beato sonno.

HAI PRESO I COTTON FIOC?

Domani mattina vado in trasferta a Londra. Fido compagno di viaggio sarà Ferdinando, avvocato che racchiude in sé le principali caratteristiche che un professionista avviato a realizzare una luminosa carriera deve possedere: brillante esperto di project finance e noto puttaniere della Milano che conta.

TI OFFRO UN CAFFE’

– Sono a pezzi.
– A chi lo dici. Si lavora sodo. Si prospetta veramente un giugno di merda.
– Ma tu ci pensi mai? A cambiare? A fare qualcos’altro?
– Oddio, non attaccare con il melodramma. Fammi capire, che vorresti fare?
– Non so, qualcosa di appagante, di diverso da questo, fermarsi, scrivere poesie, per dire.
– Ah ah ah… che coglione.
– Per dire, dico per dire.
– L’hai vista la mail che ha mandato Coldani?
– Quella della vagina che rutta? Stupenda.