DOVE ABBIAMO SMARRITO LA SAGGEZZA CONTADINA?

Il mio Capo è un uomo di rudi ed impietose riflessioni. Il giovane praticante entra nella stanza e domanda: “Non posso farlo fare alle segretarie?” “No, non hanno la preparazione” “Ma si tratta di copiare dei commenti a mano in un file word” “Sarebbe come porsi di fronte a un Pollock e dire: ‘Saprei farlo anch’io’. Forse, e forse verrebbe anche meglio, ma l’artista rimane uno solo” “E quindi?” “Fallo e levati di torno”.


“Thank you for your message. I will be out of the office until the end of August. I will have limited blog access. For any urgent matter, please leave a comment.

Kind regards.

Duchesne”

I giorni a venire saranno piuttosto duri. Il closing dell’operazione avverrà in data 31 luglio. Per allora tutto dovrà essere pronto e il lavoro da fare è ancora tanto. Non avrò, quindi, tempo e concentrazione per tenere il resoconto dei momenti più formativi delle mie giornate e, pertanto, sono costretto a salutare per la necessaria pausa estiva. Terminata l’operazione mi immergerò in uno stato di incoscienza che renderà difficile la digitazione e da cui emergerò per la fine di agosto, nel tentativo dissennato di affrontare un altro anno professionale, cercando di darne conto su questi fogli. Auguro buone vacanze a tutti coloro che hanno letto, commentato, linkato, citato, ecc., con un occhio particolare a chi fatica in uno studio illegale e durante le ferie sarà costretto alla compagnia di un blackberry, lottando spietatamente contro la tentazione di abbandonarlo in autostrada. Pare che l’Ordine degli Avvocati registri un pericoloso incremento del fenomeno.

A presto.

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L’AUTOIRONIA DI LATIN LOVERS COME NOI

L’autoironia è un bene prezioso. Ne sappiamo qualcosa io e il mio compagno di stanza. Non passa giorno, infatti, che non ci si metta in ridicolo a vicenda, andando a colpire dell’altro quei vizi, quei difetti, quelle piccole miserie che sappiamo essere anche le nostre. L’autoironia sessuale poi è parte dei nostri pregevoli cavalli di battaglia. Si capirà, passando buona parte della nostra esistenza attiva in studio è facile avvicinarsi all’appassimento dei sensi.

Oggi abbiamo coinvolto in una singolare battaglia un ragazzo del dipartimento di capital markets, un avvocato piuttosto magro, dai capelli radi e i denti eccessivamente gialli. Ha cominciato il mio compagno di stanza proclamando solennemente e senza alcun preavviso: “Ragazzi, non trombo da 189 giorni”. Io, lì per lì, ho pensato: “Dio no, risparmiami tutto questo, risparmiami la confessione di dolenza amorosa”. Ma lui non ha aggiunto altro. La notizia era quella, senza appendici di sorta. “Non trombo da 189 giorni”.

Il silenzio che ha seguito la rivelazione si è fatto colmo d’attesa, di una pregnante sospensione che io o il nuovo arrivato eravamo incaricati di interrompere.

Afferro l’agendina in similpelle col brand del mio Studio Illegale e consulto rapidamente il calendario. I fumi dei giorni passati mi avvolgono e mi appare nitida la stanza di Giulia, disordinata, piena di libri e di vestiti a terra, tutto sommato accogliente.

Ho conosciuto Giulia ad una cena allargata, piena di sconosciuti. Dopo un quarto d’ora di piacevoli e leggere chiacchiere, ricche di profonda intesa:

– “Ah, quindi tu saresti un avvocato?”
– “D’affari.”
– “Ah, d’affari.”
– “Già.”
– “Che tipo di affari?”
– “Affari.”
– “Ah, affari.”
– “Già, affari.”

lei improvvisamente erompe con la domanda che più di ogni altra denota un interesse che sta prendendo il sopravvento sull’indifferenza:

– “Di che segno sei?”, chiede con fare malizioso.
– “Indovina”, rispondo io, attrezzandomi con l’atteggiamento del seduttore in libera uscita.
– “Dai”, gigioneggia lei, “come faccio? Non ti conosco proprio”.
– “Ma sì, segui la prima impressione. Prova. Se davvero credi in una – non offenderti – pagliacciata come questa, provaci.”
– “Non è una pagliacciata. E comunque, direi… ehm… Pesci.”
– “…”
– “…”
– “Non ci credo”, esito io, mostrandomi sinceramente colpito.
– “Davvero? Sei davvero Pesci?”
– “Sì, Pesci, però tu devi dirmi come hai fatto.”
– “Te l’ho detto, ci sono caratteristiche, impressioni, basta starci attenti.”
– “…”
– “Ho avuto un ragazzo che era Pesci.”

Finisco il bicchiere in un sorso. La strada sembra spianata. Si può dire che sia stata addirittura lei a convincersi da sola di un disegno superiore. Le ho donato la convinzione di possedere una sensibilità fuori dal comune e soprattutto quella di avere screditato ogni mia convinzione, ciò che è sempre parso essere lo scopo fondamentale delle donne che ho frequentato. Alla fine della serata le chiedo il numero. “No, non te lo lascio di certo il mio numero, con quella faccia da furbetto”. Io mi volto verso la più vicina superficie riflettente e vedo il mio solito grugno da koala smarrito, un po’ intontito dal fumo che mi ha soffiato in faccia nel corso della conversazione. Aggiungo qualche accessorio alla nostra fulminea passione benedetta dagli Dei e ci riprovo. Annoto le cifre con attenzione sopra un tovagliolo, sul quale in seguito, prima di lasciare la cena, ho aggiunto una piccola chiosa: “N.B.= le hai detto che sei dei Pesci”. Essendo del Cancro mi è certamente permesso essere un poco menzognero. Ma pirla proprio no.

Qualche tempo dopo, ci mettiamo d’accordo per un dopocena. Dopo aver lasciato lo studio in tutta fretta, la raggiungo con il mio consueto ritardo e le mie consuete scuse. Non è la nostra prima uscita, abbiamo già consumato qualche effusione. Questa, tuttavia, è una sera in qualche modo particolare. Ci rivediamo dopo un paio di settimane in cui gli impegni di entrambi (i miei) ci hanno tenuti lontani. Così l’atmosfera, rilassata e divertita fin da subito, si concretizza infine sotto il suo portone dove, quale risposta a un mio sussurro, lei risponde, senza brillare in romanticismo, “Ok”.

Mentre salgo in ascensore ho un attimo di esitazione. “Tutto bene?”, domanda lei. “Ma certo”, la stringo io. Mi sento improvvisamente debilitato, vecchio di secoli, come se tutte le fatiche di questa vita di slancio mi precipitassero addosso. Il documento. La versione aggiornata. Quella arrivata nel pomeriggio. La più volte sperimentata serpentina fredda mi risale un fianco. Su quale versione ho lavorato? I dubbi si insinuano in ogni arteria. Il respiro si fa impercettibilmente affannato. Dio ti prego, fa’ che abbia lavorato sulla versione giusta. “Ehi”, sento provenire da lontano. Eh? Ah sì. Cerco di rimuovere ogni assillo e di perdermi in questa che deve essere la mia grande serata. “Non distrarti”, cerco di convincermi. Ma vorrei accendere il blackberry, vorrei correre a controllare, verificare, appurare. Giusto per stare tranquillo, per fugare ogni dubbio, per annientare ogni motivo di preoccupazione. Ma rimango abbastanza lucido per pormi questioni di profonda dignità morale: che figura ci faresti? Come puoi giustificare un comportamento simile? Che razza di uomo vuoi mostrarle di essere? Ti sei accorto che si è sbottonata la camicia?

Ho acceso il blackberry solo più tardi, mentre tornavo a casa semiaccasciato in taxi, scoprendo, con affaticato sollievo, quello che in fondo razionalmente già sapevo, che era tutto a posto, che non potevo avere sbagliato, tutte certezze che però non riesco più a controllare. Il pericolo di sbagliare mi si attacca addosso in ogni situazione, indotto da anni di specifico trattamento psicologico. Rileggo una e-mail dieci volte, controllo un indirizzo con maniacale perizia, apro e chiudo un pdf tre volte per essere sicuro sia quello giusto. Ho spento il blackberry e mi sono detto: “Sei un coglione”, con una punta di velenosa autocommiserazione. Mentre raggiungo casa, ripenso alle ore appena passate. A casa di Giulia la serata ha seguito il suo piacevole corso naturale, ma una parte di me aveva cominciato improvvisamente ad odiare entrambi quei corpi che si rotolavano tra le lenzuola, indifferenti al fatto che sussisteva, tangibile, il rischio che un documento sbagliato stesse navigando verso tutti i suoi numerosi ed importanti destinatari, con tutte le eventuali tragiche conseguenze del caso. Quella parte di me che più mi avvicinavo al culmine, più cercava di prendere la guida del mio corpo. Quella parte di me che, condotta a termine la comunione dei sensi, ha trionfato, pronunciando solennemente: “Dove sono le mutande?”. Non ero io, davvero. Era quella parte di me. “Non vuoi fermarti qui?”. “Ehm… domattina… riunione… mutande”.

“97”, esclamo, uscendo dalla mia fugace trance. “97 giorni”.

“Si chiamava Giulia”, comincio, “prima e ultima volta, da allora lei…”. “No, non attaccare con le confessioni che non ce ne frega un cazzo”, mi interrompe il mio compagno di stanza. “E tu?”, si volta verso l’ospite. Stiamo tutti guardando l’avvocato fino ad ora silenzioso, tentennante. “Tu?”, mi aggiungo sadicamente io, tenendo la “u” di “tu” più lunga del dovuto. Immobili, con lo sguardo fisso, lo incalziamo psicologicamente, fino al punto in cui, istericamente, il poveraccio strilla:

“Ho perso, ok? Avete vinto voi!”. Ed esce di fretta che sembra tutto incollerito.

– “Manca di autoironia”.
– “Sante parole, compagno”.

TI OFFRO UN CAFFE’

– Dì quello che vuoi ma a me la Farolli piace.
– La Farolli è quella del labour? Sì, carina.
– No, bella. E pure simpatica. Mi piace. E penso di piacerle anch’io.
– Tu? Davvero?
– Senti, ieri le ho mandato un documento e mi ha risposto grazie con la faccina che ride. La faccina, capisci?
– Beh, sì, è un segno.
– Non è un segno, è un messaggio preciso. Faccina, sorriso, intimità. Dammi retta, è un messaggio preciso. Comunque ho guardato la timetable che ha mandato Giorgio.
– Gli ho dato un’occhiata veloce anch’io.
– Senza capo né coda.
– Sempre così quando si tratta di Giorgio.
– Ma perché secondo te una faccina che ride non è un messaggio?
– Preciso.
– Vorrei ben dire.

CONFERENCE CALL E DINTORNI (SOPRATTUTTO DINTORNI)

La conference call (i.e. una telefonata in cui persone che si odiano si pongono al telefono multilinea per tenere una riunione nonostante la lontananza e soprattutto per evitare loro di incontrarsi e guardarsi in faccia) in corso vede la partecipazione di 16 individui – clienti, legali, esperti di qualcosa – ciascuno nel proprio ufficio, ciascuno davanti al proprio telefono, chi in vivavoce, chi con la cornetta appoggiata all’orecchio, tutti con l’umore sotto le scarpe. Le problematiche sono molteplici, la volontà di venirsi incontro assente. Una conference call che prende il via alle nove di una sera di fine luglio non può significare altro che grane.

Guardo la pizza sulla scrivania e ne afferro una fetta. Lancio un’occhiata al mio compagno di stanza ma è come se fosse assente: la sera, passate le nove, trasfigura in un tristissimo e muto formichiere che rimugina ed emette piccole e fievoli bestemmie in toscano; non dà fastidio, giunge alle mie orecchie come un’arcaica ninna nanna che culla e concilia il mio lavoro.

Ho chiuso la porta per rimanere tranquillo ed ho messo in vivavoce. Mi sono connesso alla telefonata nel momento esatto in cui stavo masticando una fetta di pizza troppo grossa anche per le mie voluttuose fauci e, alla domanda della signorina elettronica di pronunciare il mio nome dopo il segnale acustico, ho emesso uno strano suono come di un alcolizzato che si arrischia a pronunciare l’alfabeto arabo. “Poco male”, ho considerato, “penseranno che la mia dizione inglese sia perfetta”. E ho ripreso la mia nutrizione, con entusiasmo.

La conference call comincia subito con piglio aggressivo. Il partner dello studio illegale di controparte si contrappone con fermezza ad ogni pretesa del nostro cliente. Entra nell’arena il mio Capo, che con la sua professionale irruenza argina l’avanzata del suddetto. Gli scambi sono veloci, gli affondi impietosi. Talvolta scendo in campo anch’io puntualizzando alcuni aspetti di cui sembro l’unico a tenere conto. Nessuno mi considera. Della precisione, dell’accuratezza non sembra loro interessare, se ne disfano a piacimento, sembrano quasi non conoscere nemmeno l’argomento di cui si parla. Mi concentro sulla pizza mentre loro cercano di assestare il colpo definitivo. La discussione procede, ciascuno cercando di dire la sua, di fornire un prezioso contributo, di presentarsi con l’idea risolutiva e conciliatrice. Non c’è un attimo di tregua, nessuna posa, nessun fiato risparmiato. Finché:

– BURRRRRRRRP.

Un immediato ed anormale mutismo riempie le linee telefoniche. Resto pietrificato. Due/tre – lunghissimi – secondi. Si ascoltano bisbigli, risatine, poi, con una certa esitazione, la contesa lentamente riprende nel punto in cui è stata interrotta, soprassedendo, andando oltre. E’ difficile, però, fingere. Se ci trovassimo improvvisamente rinchiusi nella stessa stanza, vedremmo gli occhi di tutti scrutarsi a vicenda alla ricerca del colpevole, di colui che, nell’ombra dell’anonimato, ha azzardato la più primitiva delle provocazioni. Una sola è la certezza tuttavia: non conosceremo mai con certezza quel nome, l’identità dell’inconfessato ribelle resterà il piccolo mistero che, questa notte, accompagnerà l’arrivo del sonno.

La conference call si avvia impietosamente alla fine. Un saluto veloce (“bye” “bye” “bye” “bye” “bye”, ecc.) e le cornette vengono appese tra lunghi sospiri di sollievo. Attendo pochi secondi e, regolarmente, ricevo la telefonata di chiusura da parte del Capo, per fare il punto internamente. Da questa mattina si trova a Roma per lavoro e da lì si è connesso. Discutiamo brevemente degli aggiornamenti e del modo di procedere alla luce della telefonata appena conclusa e, inesorabilmente, prima dei saluti si arriva a discutere del punto più rilevante:

– “Duchesne, secondo te chi è stato?”
– “Il rutto? Il tedesco direi. Assolutamente Franz.”
– “Il tedesco, sicuro. L’ho pensato anch’io.”
– “Già, il tedesco.”
– “Proprio tedesco. A domani.”
– “A domani.”

Mi infilo la giacca e mi preparo per andare a casa. Ordino un paio di documenti, sistemo velocemente la scrivania e guardo il mio compagno di stanza, che ricambia lo sguardo, serafico. Afferro la lattina di Coca-Cola Light vuota che giace sulla sua scrivania, gliela mostro scuotendola, piego la bocca in una smorfia di spregio e la getto nel cestino.

– “Tu sei un imbecille”.
– “Mi è scappato.”
– “Tu comunque sei un imbecille.”
– “Ma mi è scappato.”
– “Vai a cagare, buonanotte.”
– “Buonanotte Duchesne.”

– “E COMUNQUE MI È SCAPPATO”.

IL RISVEGLIO

Casa mia si affaccia sopra un bel cortile interno traboccante di verde, uno di quei tanti piccoli scorci di Milano celati a rumore ed inquinamento. La mattina, quando apro le finestre, prima di tornare alla mia usurata prospettiva professionale, mi fermo sempre qualche secondo a contemplare questo mio angolo di pace, da cui, complice il canto di diversi uccelli, provengono suoni di natura mai del tutto scomparsa da questa città.

Nella piccola beatitudine di questo quadro, si è inserito, da qualche tempo a questa parte, un ulteriore elemento di poesia urbana, che contribuisce a rendere questo cavedio un luogo ancora più particolare ed estraneo alla realtà cittadina cui sono solito: il suono di un pianoforte, un po’ scordato ad essere sinceri, che un pensionato di uno degli stabili che si affacciano sul cortile suona tutte le mattine, con predilezione per scherzi e ballate di Chopin.

Come tante altre volte, anche stamani le delicate ma potenti note dell’uomo mi sono giunte limpide e gentili ad aprire il mio risveglio. Ho pensato: “Beh, così è tutta un’altra cosa, altro che la suoneria di quel maledetto telefonino”. Ma tale pensiero è bastato a spossarmi. Mi rivolto, allora, faticosamente su di un fianco, per confermare un subitaneo sospetto. Guardo l’ora sulla radiosveglia: 7:09. Mi trascino faticosamente verso la finestra e, con gli occhi ancora incrostati di sonno, mi pronuncio:

– “MA ALLORA, PORCO GIUDA. LA VOGLIAMO FINIRE OGNI MATTINA CON QUESTA LAGNA? E PLIN E PLAN E PLIN E PLAN… C’E’ GENTE CHE DORME, GENTE CHE SI SPACCA LA SCHIENA TUTTA SETTIMANA. CE LA DIAMO UNA REGOLATA?”.

Sul cortile cala una morbida cortina di silenzio.

– “TI TE SET PROPRI UN CAFUN”.
– “Torna qui, Luigi. Laset perde quel pirla”.

Continuo a tenere gli occhi chiusi, poso la testa sul cuscino, stendo le gambe e reprimo ogni insano impulso, facendo finta che il dormiveglia abbia prevalso. La settimanale guerra civile è appena cominciata.

“SENTA, MI ASPETTI QUI SOTTO, SCENDO SUBITO”

Mentre attraverso la piazza, sento tutti gli occhi su di me. Fine serata, le ultime sigarette, le ultime risa, gli ultimi baci. Ragazzi in pantaloncini corti e camicie aperte, ragazze con gonnelline corte a vita bassa e speranzose scollature, tutta gente che ride, chiacchiera, beve birra, lecca gelati, sembra la vita di cui si fa un gran parlare. E poi ci sono io, che – con la borsa dei documenti nella mano destra e la giacca appoggiata sul braccio sinistro, il primo bottone slacciato, la cravatta leggermente allentata, le maniche arrotolate, screziature di sudore ovunque – sono appena uscito dallo studio e cerco solo di raggiungere il mio letto. Li attraverso come un giovane Mosè e mi sembra che al mio passaggio si ritraggano, guardandomi con occhi pieni di xenofoba diffidenza. Mi faccio piccolo e seguo la mia strada verso casa, con la mente piena di tag-along, drag-along, covenants, clause number twentysix. Talvolta incrocio qualcuno come me. Ci si fissa un istante negli occhi, ci si disprezza misuratamente e si prosegue indifferenti, verso casa, quei giorni in cui si sceglie di evitare il taxi e fare due passi per permettersi qualche minuto di … respiro, vita, libertà, quello che è.

Passo di fianco alle serrande abbassate, alle luci ad intermittenza arancione dei camioncini della spazzatura, agli omini dello Sri-Lanka che nemmeno azzardano il tentativo di vendermi le ultime rose, e arrivo sotto casa. Il portone di legno, tre piani e poi il mio caro Muro cui raccontare la mia giornata ed il mio caro Letto per dimenticarla. Infilo la mano nella tasca sinistra. Esito. Rimescolo la mano. Esito di nuovo. Comincio ad insufflare rumorosamente e con velocità crescente. Infilo la mano nella tasca destra ed estraggo il blackberry. “Sì. Un taxi in via […] 14. Grazie”. Visualizzo l’attimo esatto in cui, prima di andare a pranzo, ho estratto le chiavi dalla tasca e le ho appoggiate sulla scrivania, per fare posto al telefonino. Là sono rimaste.

“Somewhere over the rainbow skies are blue…”. Comincio a canticchiare in un bisbiglio, stringendo le mani a pugno, con le unghie che penetrano i palmi. Una coppia, da lontano, continua a baciarsi, indifferente a tutto.

TI OFFRO UN CAFFE’

– Ucciderei per quell’abito.
– Dopo lo apro e te lo faccio vedere bene. Appena ritirato dal sarto. Domenica vado al matrimonio del mio ex, capirai, devo essere perfetta.
– Lei, la sposa, è la parrucchiera, no? Quella da cui andavi qualche anno fa?
– Ci vado ancora. Passato lo shock iniziale del tradimento, ho pensato fosse stupido cambiare. Trovamene una brava di questi tempi. Figurati che mi fa pure lo sconto.
– Mi sembra il minimo dopo che ti ha portato via il marito.
– E’ quello che le ho detto anche io. Pensa che lei all’inizio faceva pure storie.
– Io vado da Toni & Guy.
– Conosco. Bravi, ma ti fanno il rosso troppo rosso.

L’APERITIVO

“Duchesne. Venerdì aperitivo”.

Ogni settimana arriva puntuale un uomo completamente anonimo che presumo essere un mio collega che mi dice: “Duchesne. Venerdì aperitivo”. Non domanda, né si informa, né propone. Semplicemente mi lascia sulla scrivania il fatto compiuto. Talvolta, mentre l’Anonimo si allontana mi arrivano echi indistinti in cui mi sembra di riconoscere frasi come: “Stavolta muovi il culo, non fare lo stronzo come settimana scorsa” oppure “Porta un’amica, se ce l’hai”, ma credo sia solo un’impressione.

Le attività di socializzazione mi divertono molto. Insomma, non contenti di ammirarci il muso più di 60 ore a settimana, nasce la necessità di passare anche del tempo libero insieme. Questo è bello. Significa che siamo molto amici. O molto soli. Ma sono convinto sia perché siamo molto amici.

Il momento che preferisco è quello in cui il più sfrontato di noi, proprio nel mentre il collega di turno sta raccontando della riunione in cui…, interrompe tutti e pronuncia gravemente: “No, dai, adesso non si parla più di lavoro”. Segue un’ovazione partecipata, quasi emozionata. “Ah già” “Eh, sì” “Vero” “Porca troia, infatti” “Bravo” “Clap clap” “Se no non si vive più” “Sì sì”. … L’ardore si spegne… Lunghi momenti di silenzio… Chi si guarda i piedi, chi cerca una macchia inesistente sull’abito, chi si fa aria, chi segue con lo sguardo uno sconosciuto facendo finta di conoscerlo. Finché arriva improvvisa un’ancora di salvezza. “Io vado a prendere da mangiare che sono appena uscite le pizzettine calde”. Segue l’ovazione. “Ah già” “Eh, sì”, ecc. ecc.