L’AUTOIRONIA DI LATIN LOVERS COME NOI

L’autoironia è un bene prezioso. Ne sappiamo qualcosa io e il mio compagno di stanza. Non passa giorno, infatti, che non ci si metta in ridicolo a vicenda, andando a colpire dell’altro quei vizi, quei difetti, quelle piccole miserie che sappiamo essere anche le nostre. L’autoironia sessuale poi è parte dei nostri pregevoli cavalli di battaglia. Si capirà, passando buona parte della nostra esistenza attiva in studio è facile avvicinarsi all’appassimento dei sensi.

Oggi abbiamo coinvolto in una singolare battaglia un ragazzo del dipartimento di capital markets, un avvocato piuttosto magro, dai capelli radi e i denti eccessivamente gialli. Ha cominciato il mio compagno di stanza proclamando solennemente e senza alcun preavviso: “Ragazzi, non trombo da 189 giorni”. Io, lì per lì, ho pensato: “Dio no, risparmiami tutto questo, risparmiami la confessione di dolenza amorosa”. Ma lui non ha aggiunto altro. La notizia era quella, senza appendici di sorta. “Non trombo da 189 giorni”.

Il silenzio che ha seguito la rivelazione si è fatto colmo d’attesa, di una pregnante sospensione che io o il nuovo arrivato eravamo incaricati di interrompere.

Afferro l’agendina in similpelle col brand del mio Studio Illegale e consulto rapidamente il calendario. I fumi dei giorni passati mi avvolgono e mi appare nitida la stanza di Giulia, disordinata, piena di libri e di vestiti a terra, tutto sommato accogliente.

Ho conosciuto Giulia ad una cena allargata, piena di sconosciuti. Dopo un quarto d’ora di piacevoli e leggere chiacchiere, ricche di profonda intesa:

– “Ah, quindi tu saresti un avvocato?”
– “D’affari.”
– “Ah, d’affari.”
– “Già.”
– “Che tipo di affari?”
– “Affari.”
– “Ah, affari.”
– “Già, affari.”

lei improvvisamente erompe con la domanda che più di ogni altra denota un interesse che sta prendendo il sopravvento sull’indifferenza:

– “Di che segno sei?”, chiede con fare malizioso.
– “Indovina”, rispondo io, attrezzandomi con l’atteggiamento del seduttore in libera uscita.
– “Dai”, gigioneggia lei, “come faccio? Non ti conosco proprio”.
– “Ma sì, segui la prima impressione. Prova. Se davvero credi in una – non offenderti – pagliacciata come questa, provaci.”
– “Non è una pagliacciata. E comunque, direi… ehm… Pesci.”
– “…”
– “…”
– “Non ci credo”, esito io, mostrandomi sinceramente colpito.
– “Davvero? Sei davvero Pesci?”
– “Sì, Pesci, però tu devi dirmi come hai fatto.”
– “Te l’ho detto, ci sono caratteristiche, impressioni, basta starci attenti.”
– “…”
– “Ho avuto un ragazzo che era Pesci.”

Finisco il bicchiere in un sorso. La strada sembra spianata. Si può dire che sia stata addirittura lei a convincersi da sola di un disegno superiore. Le ho donato la convinzione di possedere una sensibilità fuori dal comune e soprattutto quella di avere screditato ogni mia convinzione, ciò che è sempre parso essere lo scopo fondamentale delle donne che ho frequentato. Alla fine della serata le chiedo il numero. “No, non te lo lascio di certo il mio numero, con quella faccia da furbetto”. Io mi volto verso la più vicina superficie riflettente e vedo il mio solito grugno da koala smarrito, un po’ intontito dal fumo che mi ha soffiato in faccia nel corso della conversazione. Aggiungo qualche accessorio alla nostra fulminea passione benedetta dagli Dei e ci riprovo. Annoto le cifre con attenzione sopra un tovagliolo, sul quale in seguito, prima di lasciare la cena, ho aggiunto una piccola chiosa: “N.B.= le hai detto che sei dei Pesci”. Essendo del Cancro mi è certamente permesso essere un poco menzognero. Ma pirla proprio no.

Qualche tempo dopo, ci mettiamo d’accordo per un dopocena. Dopo aver lasciato lo studio in tutta fretta, la raggiungo con il mio consueto ritardo e le mie consuete scuse. Non è la nostra prima uscita, abbiamo già consumato qualche effusione. Questa, tuttavia, è una sera in qualche modo particolare. Ci rivediamo dopo un paio di settimane in cui gli impegni di entrambi (i miei) ci hanno tenuti lontani. Così l’atmosfera, rilassata e divertita fin da subito, si concretizza infine sotto il suo portone dove, quale risposta a un mio sussurro, lei risponde, senza brillare in romanticismo, “Ok”.

Mentre salgo in ascensore ho un attimo di esitazione. “Tutto bene?”, domanda lei. “Ma certo”, la stringo io. Mi sento improvvisamente debilitato, vecchio di secoli, come se tutte le fatiche di questa vita di slancio mi precipitassero addosso. Il documento. La versione aggiornata. Quella arrivata nel pomeriggio. La più volte sperimentata serpentina fredda mi risale un fianco. Su quale versione ho lavorato? I dubbi si insinuano in ogni arteria. Il respiro si fa impercettibilmente affannato. Dio ti prego, fa’ che abbia lavorato sulla versione giusta. “Ehi”, sento provenire da lontano. Eh? Ah sì. Cerco di rimuovere ogni assillo e di perdermi in questa che deve essere la mia grande serata. “Non distrarti”, cerco di convincermi. Ma vorrei accendere il blackberry, vorrei correre a controllare, verificare, appurare. Giusto per stare tranquillo, per fugare ogni dubbio, per annientare ogni motivo di preoccupazione. Ma rimango abbastanza lucido per pormi questioni di profonda dignità morale: che figura ci faresti? Come puoi giustificare un comportamento simile? Che razza di uomo vuoi mostrarle di essere? Ti sei accorto che si è sbottonata la camicia?

Ho acceso il blackberry solo più tardi, mentre tornavo a casa semiaccasciato in taxi, scoprendo, con affaticato sollievo, quello che in fondo razionalmente già sapevo, che era tutto a posto, che non potevo avere sbagliato, tutte certezze che però non riesco più a controllare. Il pericolo di sbagliare mi si attacca addosso in ogni situazione, indotto da anni di specifico trattamento psicologico. Rileggo una e-mail dieci volte, controllo un indirizzo con maniacale perizia, apro e chiudo un pdf tre volte per essere sicuro sia quello giusto. Ho spento il blackberry e mi sono detto: “Sei un coglione”, con una punta di velenosa autocommiserazione. Mentre raggiungo casa, ripenso alle ore appena passate. A casa di Giulia la serata ha seguito il suo piacevole corso naturale, ma una parte di me aveva cominciato improvvisamente ad odiare entrambi quei corpi che si rotolavano tra le lenzuola, indifferenti al fatto che sussisteva, tangibile, il rischio che un documento sbagliato stesse navigando verso tutti i suoi numerosi ed importanti destinatari, con tutte le eventuali tragiche conseguenze del caso. Quella parte di me che più mi avvicinavo al culmine, più cercava di prendere la guida del mio corpo. Quella parte di me che, condotta a termine la comunione dei sensi, ha trionfato, pronunciando solennemente: “Dove sono le mutande?”. Non ero io, davvero. Era quella parte di me. “Non vuoi fermarti qui?”. “Ehm… domattina… riunione… mutande”.

“97”, esclamo, uscendo dalla mia fugace trance. “97 giorni”.

“Si chiamava Giulia”, comincio, “prima e ultima volta, da allora lei…”. “No, non attaccare con le confessioni che non ce ne frega un cazzo”, mi interrompe il mio compagno di stanza. “E tu?”, si volta verso l’ospite. Stiamo tutti guardando l’avvocato fino ad ora silenzioso, tentennante. “Tu?”, mi aggiungo sadicamente io, tenendo la “u” di “tu” più lunga del dovuto. Immobili, con lo sguardo fisso, lo incalziamo psicologicamente, fino al punto in cui, istericamente, il poveraccio strilla:

“Ho perso, ok? Avete vinto voi!”. Ed esce di fretta che sembra tutto incollerito.

– “Manca di autoironia”.
– “Sante parole, compagno”.

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29 Pensieri su &Idquo;L’AUTOIRONIA DI LATIN LOVERS COME NOI

  1. Duche, hai idea dei commenti delle ammiratrici dopo questo intervento?! Cinico e sprezzante, un vero avvocato d’affari… 😉

  2. che poi quanto ti capita il terzo, in genere assillante, il problema è inventarti impegni fino a novembre per scoraggiarlo.
    Di solito non si riesce, e si sa, nel mezzo di luglio, che il terzo sta contando i giorni che mancano a novembre per rifarsi casualmente sentire.

  3. Caro Duhesne.. ehm.. quattro. E forse già troppi.
    Adoro la vostra autoironia. Di solito gli uomini si pavoneggiano molto del contrario. Ma forse queste discussioni le fate solo quando non è presente il gentil sesso. O sbaglio?

  4. l’autoironia è importante.. se non ci si prende in giro da soli.. è la fine.. es.. io dico ultimamente che sono in lista d’attesa per l’arcangelo gabriele.. parlare di ragnatele ormai è sorpassato ghghghggh

  5. ma sei sicuro di essere un avvocato? potresti fare lo scrittore: ti ho letto con ingordigia.
    Cmq vera la storia dei compagni di stanza… anche noi siam così… credo sia un modo per sopravvivere…
    Bell’avatar. Da quello si capisce che sei un avvocato!
    Sì ho detto tutto quello che dovevo e ti saluto!

  6. sapete qual è il vostro problema? degli uomini intendo…
    questo maledetto rapporto con l’errore. cazzo, ragazzi, si sbaglia. sbagliamo tutti. fatevene una ragione.

  7. Ok… lo ammetto ho letto solo il titolo
    (In realtà lo premetto prima che ve ne possiate accorgere….)

    Autoironia?!
    Una delle qualità davvero rare che rende davvero affascinante una donna

    .. e un uomo, va!

    (…ora leggo ….)

  8. Ho letto tutto il tuo blog in un’oretta senza riuscire a fermarmi. Questo può significare che non ho una vita al di fuori da internet, oppure che scrivi molto molto bene. Propendo per la seconda ipotesi, arrivando ad affermare che hai il dono: il dono di riuscire a raccontare le tue giornate e i tuoi dolori. Hai uno stile. E hai anche tanta tanta autoironia che ti permette di affrontare un lavoro che non ti piace, ogni giorno, ogni mattina.
    Scrivi benissimo, per quel che vale. Dovresti seriamente pensare a cambiare lavoro, fregandotene un po’ delle conseguenze.
    Saluti..

  9. Mi sto leggendo il tuo blog dall’inizio – che spasso! Chissà che sia vero? Ma come fai, a sentirti tranquillo nel tempo che dedichi al blog, e in fibrillazione per il lavoro mentre fai sesso?

    Ottequi,
    la Donna Cannone

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