PUNK LAWYER

Giovannino, ragazzo del finance, è stranamente alterato. Ha subito un torto. Qualcosa di veramente scorretto. Non so bene di che si tratta ma è bastato perché aprisse gli occhi sulla condizione di sfruttamento che si cela dietro lo schermo illusorio che porta il nome di libero professionista.

Ha irrotto nella mia stanza, ormai eletta a refugium peccatorum delle anime smarrite. “Altro che libero professionista”, sbraita. “Ho uno stipendio, sempre quello, ogni mese, mascherato da fattura da me rilasciata, devo essere in studio alle nove, pausa pranzo di un’ora e prima delle otto non posso andarmene, e magari andarsene alle otto, magari, che neanche i metalmeccanici, sono un subordinato, perché – cazzo – se sono subordinato, peggio dei cani, ditemi se questo non è essere un dipendente, una pezza di dipendente, altro che libera professione”. Lo guardo con misericordia. “E fosse finita qui”, prosegue, “zero assicurazione, zero contratto garantito, zero buoni pasto, zero malattia, niente di niente, che se gli girano i coglioni al partner di turno prendono e mi lasciano a casa da un giorno all’altro – e possono farlo, hai voglia se possono – e fanculo il mutuo, fanculo tutto”.

“Giovannino, calmati”, scandisco con condiscendenza. Ma la mia voce tremola. Il quadro delineato non è ottimistico. Tutte cose risapute, è vero. Ma sentirle pronunciare così, come uno schiaffo di verità, non mi lascia tranquillo, tutt’altro, mi appiccica addosso una sgradevole sensazione di irrequietezza.

– “La verità è che siamo dei vigliacchi. Tutti pronti ad ubbidire. E invece dobbiamo ribellarci.”
– “Ma certo, Giovannino. Facciamo le barricate coi codici. Tu deliri.”
– “E allora continuiamo a piegare la testa.”
– “Non è questione di piegare la testa, è questione di capire che…”
– “Ci vorrebbe un gesto ribelle contro questo sistema.”
– “Giovannino, il gesto più ribelle della tua vita è stato chiamare il tuo cane ‘Clistere’.”
– “Ah ah ah”.
– “…”, mi ammutolisco, guardandolo con animo frastornato.
– “Beh, dimmi che non è divertente”.

Si allontana di buonumore, felice di sé, felice per sé. La rivoluzione, per ora, pare accantonata.

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TI OFFRO UN CAFFE’

– Incredibile, stamattina. Sono sulle scale della metro e sento una che mi chiama. Mi giro e vedo questa qua che mi guarda un po’ interrogativa. Non è mica la mia ex, Raffaella, otto anni che non la vedo?
– Non ci credo.
– Ti giuro. Io sono rimasto più o meno lo stesso. Lei una zattera da far benedire, questo culone enorme, trascurata, invecchiata. Mi dice che Fulvio poi l’ha sposato, ma l’ha lasciato pochi mesi dopo perché ha avuto una cosa col suo capo, ma anche lui era sposato ed è finita lì.
– Alle volte sarebbe da non incontrarsi più.
– Un’impressione, credimi.
– Posso immaginare.
– Mi ha pure lasciato il numero. Senza pudore, guarda.
– Sarà disperata.
– Puoi dirlo.
– Ma tu pensa.
– Però magari la chiamo. Una di queste sere.
– Ricordati domenica il calcetto che settimana scorsa ci mancava un uomo.

IL TRAVIATO

ALLONS-Y CHOCHOTTE, CHOCHOTTE / ALLONS-Y CHOCHOTTE, CHOCHOTTE ALLONS-Y”.

Ascolto volentieri della musica mentre lavoro la sera. Lo studio si svuota, nessuno in stanza, ed io ho l’occasione di rendere l’ambiente più confortevole. Dopo tante notti passate alla scrivania, transitando da Frank Sinatra ai Matia Bazar, dalle sigle dei cartoni animati anni ’80 a Radio Italia Solo Musica Italiana, ho ormai una certa dimestichezza con lo spartito e sono arrivato alla conclusione che nulla può accompagnare meglio le lunghe ore notturne di un po’ di musica classica.

La rivelazione l’ho avuta su una celebre aria pucciniana tratta dalla Madama Butterfly. Ricordo che su tale aria risolsi un difficile dilemma giuridico che non riuscivo a sciogliere: una complicata clausola di aggiustamento del prezzo che non voleva funzionare, attorcigliandosi su se stessa senza soluzione. Io sudavo, pensavo, cancellavo, riscrivevo, calcolavo, rileggevo, ma non ne venivo a capo. Tutto ad un tratto la voce di una soprano giapponese cominciò ad intonare “Un bel dì vedremo / levarsi un fil di fumo / sull’estremo confin del mare / e poi la nave appare”. E’ stata per me come un’illuminazione. Tutto ha immediatamente assunto una forma definita. Ho capito cosa avrei dovuto fare. La nave era apparsa nella forma di un taxi 8585 e sono andato a casa.

Ho cominciato ad approfondire la faccenda e ho trovato che Verdi è ottimo per i lavori di rifinitura del contratto (i.e. controllo delle cross-reference, corretta numerazione degli articoli, ecc.), là dove le arie di Bach sono perfette per la scrittura di clausole complicate. Per lo studio della pratica è eccellente Debussy, mentre Chopin accompagna meravigliosamente la lettura dei commenti del Cliente. Per quanto riguarda la scrittura delle e-mail alla Controparte mi viene in mente il colonnello Kilgore in Apocalypse Now: “Io uso Wagner, fa cacare sotto i Vietnamiti”. Uso Wagner anch’io.

Stasera lavoro sulle premesse del contratto, una sorta di cornice all’interno della quale si va a sistemare l’operazione. Per l’occasione ho selezionato Erik Satie. Nel dettaglio: Allons-y Chochotte, un pezzo degli anni ’20, per brillanti tenori. “Le soir du mariage / Une fois rentrés chez nous…” canto. E intanto scrivo “Whereas Company X has entered into a certain agreement on…”. Canto e scrivo. “Puisque tu m’aimes, prends-moi / Mais pour cela il te faudra”. Le premesse prendono forma davanti ai miei occhi mentre mi appassiono, gonfiando il petto e attacco il ritornello una volta ancora:

ALLONS-Y CHOCHOTTE, CHOCHOTTE / ALLONS-Y CHOCHOTTE, CHOCHOTTE ALLONS-Y”.

“Duchesne, ma che cazzo stai facendo?”. Trasalisco. La porta è leggermente accostata. Il Capo è lì fermo, sulla soglia. Mi scruta. Io ridacchio, poi mi zittisco, ridacchio di nuovo, chiudo Windows Media Player cliccando ripetutamente sulla piccola x e mancandola tre o quattro volte. Lo saluto, con un tono di voce troppo alto, quasi urlando.

– “Ciao Giuseppe, ehm… Giuseppe… sono sul contratto, quello dei tedeschi… ma tu non eri andato a casa?”
– “Ero a cena e sono passato a prendere lo spolverino. Poi ho sentito dei lamenti”.
– “No, no, tutto a posto. A domani”.
– “A domani”, dice ma continua a fissarmi come si guarda uno yogurt ammuffito.
– “…”.
– “Duchesne?”
– “Sì”.
– “Sicuro che stai bene? Quelli erano versi innaturali”.

CREDO CHE PRENDERO’ IL PIU’ COSTOSO

Il meccanismo è semplice.

Quanto più si lavora e tanto più si sta male, quanto più si sta male e tanto più ci si rifugia negli acquisti, quanto più si acquista e tanto più si ha bisogno di soldi, quanto più si ha bisogno di soldi e tanto più si lavora, dando nuova linfa alla perversa spirale.

Per questo è facile incontrare professionisti seri dotati di un iPod nero da 80 giga con cui ascoltano l’intera collezione di cd che hanno comprato negli ultimi anni (4 per un totale di 43 canzoni); telefonini dalle incredibili potenzialità del tutto inespresse se si eccettua la suoneria di “Sarà perché ti amo”; televisori al plasma su cui la sera tardi, di ritorno dal lavoro, possono contemplare una giovane donna che, infilandosi la cornetta tre le cosce, promette di farli impazzire; abiti sartoriali che, una volta a casa, ammassano senza cura sulla sedia prima di lasciarsi andare ad un rutto consolatorio; sofisticatissime reflex ancora nella scatola dopo essere state utilizzate una volta per fotografare la moglie che finge di reggere la Torre di Pisa durante l’ultima gita fuori porta e numerose altre amenità per cui perdono interesse nell’attimo esatto in cui appongono la firma sulla ricevuta della carta di credito.

Alle volte, sistemando casa, spuntano tra le mani del professionista serio scatole o ricevute di prodotti di cui non solo non ha mai fatto uso ma di cui ha addirittura dimenticato l’esistenza, acquistati unicamente per il confortante gusto di spendere. “Oh, guarda, un cavatappi in argento con rifiniture in platino… bellissima, avevo scordato questa preziosa cintura in pitone boliviano… e questo certificato anagrafico cos’è? È vero, Ankwali, il bimbo somalo che ho adottato due anni fa… ma guarda che bel musino”.

Io mi sento ancora parzialmente immune al meccanismo. E’ vero, talvolta spendo per prodotti superflui, di più, assolutamente inutili e di cui sono perfettamente consapevole che non farò mai uso. Si tratta, però, di piccole cose, oggetti di poco conto, il modesto pegno che pago alla diffusa follia consumistica. Come il mio nuovo computer 24 pollici, 1 GB di memoria, disco rigido da 320 GB, con velocità fino a 2,8 GHz, con cui la sera tardi, una volta a casa, potrò verificare che non ho ricevuto nessuna e-mail personale.

TI OFFRO UN CAFFE’

– Allora, com’è questa ragazza?
– Troppo forte. Una alla mano, completamente senza paranoie.
– Eh, questo è importante, nessun grillo strano.
– Lei è così. Una alla mano, una che ride se dici, che so, “pompino”.
– Davvero?
– Beh, certo non è che vai da lei e dici “pompino” e lei ride. Bisogna contestualizzare.
– Chiaro.
– Ma lei non si formalizza. Non storce il naso. Semplice. Alla mano.
– …
– …
– Pompino.
– E lei ride.
– Se contestualizzi.
– Va da sé.

FAI DI ME CIO’ CHE VUOI

La guerra si gioca a livello psicologico.

Mi basta notare il comportamento di chi presta la sua opera professionale all’interno di strutture aziendali. Lavorano alla Barilla, per la Fiat, al limite – i più collaborativi (e idealistici) – con Monte dei Paschi.

La predisposizione dell’avvocato d’affari è differente.

Da un lato guarda al dipendente d’impresa come ad un povero sottoposto senza ambizione e senza prospettiva e, incontrandolo, assume un’espressione ingenua e non sa chiedergli altro che: “Ma non ti rompi le palle?”. Dall’altro presenta quella stessa mentalità da sottoposto in forme più insistenti e notevolmente più preoccupanti. E’ così che, qualche volta, quando l’avvocato d’affari si presenta, dice: “Lavoro da GOP” oppure “Sto da Chiomenti”. Ma molto più sovente il professionista si esprime in modo diverso, confessando: “Sono di Bonelli” “Sono di Allen” “Sono di Clifford”. Un vincolo inscindibile, uno stretto legame che sfocia nell’autocertificazione di completa appartenenza rilasciata dal soggetto a beneficio del suo studio.

– “Tu sei di Freshfields?”
– “Finché qualcuno non paga il riscatto”.

SCUSA IL RITARDO

Una sera, rientrando a casa dopo una di quelle giornate in cui ci si sforza di pensare alle guerre ed alle carestie, agli incidenti ed alle malattie, per poter dire “ma sì dai, in fondo non mi va poi così male”, ho scoperto sul tavolino della cucina una scatola di cartone piuttosto ingombrante. Fissato con dello scotch alla scatola, in equilibrio precario, penzolava un foglietto di bloc-notes, dall’inequivocabile grafia nervosa: “Ciao, sono passata a lasciarti del ragù fresco (è nel freezer). Ti ho portato anche un regalino. Un bacione. Mamma P.s.=Passa a casa ogni tanto, ti faccio i calamari. P.p.s.=Io l’ho chiamato Cleo, ma tu puoi ribattezzarlo”. Alzo la scatola e, sprofondato in un parallelepipedo di plexiglass 45×25 pieno di acqua, scopro un pescioletto rosso che gira intorno a un sasso giallo. A fianco, un cilindro di specifico mangime proteico: “Rafforza il tuo pesce”.

“Cleo, che nome del cazzo che hai bello mio, non sei nessuno con un nome così, sei solo uno dei tanti”. Cleo continua a spingere il muso sul sasso giallo. “Ci vuole un nome importante, un nome solenne, un nome foriero di gloria. Ma che ne sai te? Guardati, intorno a un sasso giallo”. Apro il frigo e comincio a prepararmi la cena. “Da oggi ti chiamerò Cleo II. Lo senti come suona? Cleo Secondo, non è mica da tutti”. Affetto un paio di pomodori. “Anzi, Cleo Secondo Massimo”. Prendo l’olio e lo sistemo in tavola. Sollevo l’acquario. “Però ora Cleo Secondo Massimo ti levi dalle palle che qui si deve mangiare e ti metti buono buono in salotto”.

Non molto tempo dopo varco la stessa soglia in compagnia di Eleonora, una ragazza rossa, piena di efelidi, che conobbi ad una cena di giovani professionisti, raggruppati sotto l’ombrello di qualche inutile associazione, a cui fui trascinato da un collega con l’unica delle motivazioni possibili: “Duchesne, le donne”. “Le donne cosa?”. “Ci sono le donne”.

Alla cena mi ritrovo seduto di fronte ad un ragazzo incredibilmente magro al cui fianco si accomoda una sua collega, Eleonora, che mi colpisce immediatamente per il modo timido di presentarsi (“non dire cazzate, le tette t’hanno colpito a te, altro che il sorriso timido”, ebbe a dire in futuro il mio collega). Nel corso della conversazione comprendo che le cose potrebbero mettersi a mio favore quando il grissino davanti a me comincia a recitare il rosario dei suoi successi.

– “Io ho preso il PhD.”
– “Non sarà contagioso?”
– “Ah, ah, che ridere”, risponde lui sdegnato, mentre io, un poco compiaciuto, mi accorgo che Eleonora ride veramente.

Non era una gran battuta, devo ammetterlo, ma, considerato il livello medio della tavolata ed il fatto che io ed Eleonora cominciammo a frequentarci per quella che ad oggi è stata la mia ultima e più bella relazione, è una delle frasi della mia vita cui sono più affezionato. La cosa fa riflettere.

Una volta entrati in casa, suggerisco ad Eleonora di accomodarsi mentre io mi dirigo in cucina a preparare qualcosa da bere. Prendo una bottiglia di Bonarda, la sola rimasta in casa, e nell’attimo esatto in cui levo il tappo sento un grido acuto provenire dall’altra stanza.

“Ihh… ma… cos’è?… che schifo… ma tu sei un mostro… ma…”
“Cosa?”, domando io, comparendo col muso equino, mentre stringo nelle mani due bicchieri di vino.

Davanti a me Eleonora si mantiene ancorata alla sua smorfia di ripugnanza. Seguo il suo sguardo e scorgo, sopra l’armadietto angolare nell’angolo lontano del salotto, un contenitore di vetro pieno di acqua opaca. In mezzo riesco ad intravedere una macchia rossastra che galleggia in balia di impercettibili onde. Mentre cerco di ripensare all’ultima volta in cui ho dato da mangiare al disgraziato, riconosco sopra l’armadietto la confezione di mangime ancora sigillata.

Devo dire qualcosa. “Dorme”, balbetto a bassa voce, quasi bisbigliando. “Si chiama Cleo Secondo Massimo”.

CARO, MA CHE DICO, CARISSIMO

Ad uno sguardo ingenuo e sognatore il mondo dell’avvocatura pare composto di sentimenti puri e leggeri. Un proliferare di educati atteggiamenti di cordialità mai riscontrati in altri ambienti. Fra professionisti seri non ci si saluta semplicemente. Ci si rivolgono solo i “migliori saluti”, i quali, se proprio tra i due corre una forte antipatia, possono allora spingersi ad essere semplicemente “cordiali saluti”. Se poi, spostandoci ancora oltre, tra i due incorre un vero e proprio odio assassino, si possono anche scovare, in una punta di rabbiosa perfidia, i “distinti saluti”. Ma i saluti non possono essere meno di “distinti”. E’ l’educazione che da sempre si riceve. La deontologia professionale, del resto, è mandarsi a fare in culo ma dandosi del lei.

Tutto questo non si ferma ai saluti. La friabile educazione si conquista fin dall’inizio, dalla rottura del ghiaccio, dal ponderato rivolgersi all’altro, il quale è sempre “carissimo”. “Collega carissimo” “Carissimo, come stiamo?” “Ehilà, carissimo”. E più si dice carissimo, più è necessario caricare la esse, prolungandola con intima sofferenza, come un richiamo ad ultrasuoni per cani. Carissssimo.

– “Carissimo, il documento che mi hai mandato era stravolto. Non me l’aspettavo”.
– “Ma carissimo, abbiamo dovuto inserire un paio di piccole modifiche nell’interesse del nostro cliente”.
– “Lo so, carissimo, lo comprendo. Ma così sputtaniamo la struttura. E scusami se dico sputtaniamo, ma voglio rendere bene l’idea”.
– “Figurati carissimo. Ma non sputtaniamo nulla. E dico sputtanare per citarti e restare sulla tua frequenza”.
– “Io credo – permettimi carissimo – che tu stia dimostrando una certa incompetenza”.
– “Ma no, carissimo, il tutto è da imputare alla tua proverbiale inettitudine”.
– “Vaffanculo”.
– “Così però mi offendi”.
– “Ah, scusa: carissimo”.