IL PONTE DEI MORTI (AMMAZZATI)

Ore 10.15

– “Duchesne!”
– “Giuseppe!”
– “Il mio prezioso collaboratore.”
– “Dimmi che c’è Giuseppe.”
– “Che c’è, che c’è… Duchesne, ma non si può nemmeno farti un apprezzamento. Siamo così di fretta, così senza un attimo che ci dimentichiamo anche di dirci quanto il nostro apporto sia importante.”
– “Beh, se è solo questo, grazie.”
– “Eh, Duchesne, Duchesne…”

Ore 12.45

– “Duchesne!”
– “Giuseppe!”
– “Come va con la pratica dello svizzero?”
– “L’abbiamo chiusa due mesi fa.”
– “Efficientissimi.”
– “Dimmi che c’è Giuseppe.”
– “Che c’è, che c’è… Avevi programmi per il week-end?”
– “Perché avevi?”
– “Ah, ah, ah, Duchesne, tu mi farai morire.”

Ore 15.52

– “Duchesne!”
– “Giuseppe!”
– “Prima, con tutte le tue invenzioni, non mi hai risposto.”
– “Ne abbiamo parlato settimana scorsa. Vado via questo fine settimana. Vado al mare da un amico.”
– “Ah… però questo non me l’avevi detto.”
– “Come non te l’ho detto? Ne abbiamo parlato venerdì scorso, in vista del closing di ieri. Se si fosse riuscito a firmare, e grazie a Dio abbiamo firmato, ero libero.”
– “No, non fraintendermi. Non metto in dubbio la tua parola. Solo non mi ricordo.”
– “Mi hai anche detto ma che cazzo vai al mare a novembre.”

Ore 17.00

– “Duchesne!”
– “Giuseppe!”
– “Te lo dico ora: ma che cazzo vai al mare a novembre?”
– “Mi vuoi dire cosa sta succedendo?”
– “Ma no, niente. Potrebbe uscire una cosa, una pratica di Michele, ma, guarda, nemmeno te l’accenno. Una cosa veramente eventuale. Non stare proprio a pensarci.”
– “Ok, allora io non mi preoccupo.”
– “Caso mai ne parliamo dopo.”
– “Ma…”
– “Duchesne, caso mai.”

Ore 19.47

– “Duchesne!”
– “Giuseppe!”
– “Si procede.”
– “Cosa?”
– “La cosa che t’ho detto.”
– “Ma cosa?”
– “Porca puttana, Duchesne, non cadermi sempre dalle nuvole. E’ tutto il giorno che ne parliamo. La pratica di Michele. Adesso, io però purtroppo sto scappando in aeroporto perché c’è Carla che mi aspetta coi bambini, che se non li porto via qualche giorno sai le urla, beato te che sei senza famiglia, Duchesne, beato te, non immagini cosa vuol dire. Anyway, Michele sa tutto, ti spiega lui. Ora è in riunione, però tu non stare ad aspettarlo. Vai a casa ora, dai, riposati. Domani mattina, poi, vi trovate e lui ti spiega tutto, così gli dai una mano, che io lo so che posso fidarmi di te.”
– “…”
– “Duchesne, dobbiamo tutti, io per primo, essere pronti a dei sacrifici, lo sai.”
– “…”
– “Ora scappo. Per ogni cosa, per ogni cosa, fammi uno squillo. Io sono sempre a disposizione.”
– “…”
– “Così ti voglio. Carico.”
– “…”
– “Che poi, cazzo, cosa te ne facevi del mare a novembre, dai.”

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LA VENDETTA E’ UN PIATTO CHE VA SERVITO FREDDO. POSSIBILMENTE DA UN CINESE. ALLE 22.00. SULLA SCRIVANIA.

– “Pronto?”
– “Alfredo. Sono Duchesne.”
– “Duchesne…!? Ehi… Duchesne… beh, questa sì che non me l’aspettavo.”
– “Come va?”
– “Ma, insomma, abbastanza bene. Ma tu? Come stai?”
– “Tutto a posto. Senti, vado di fretta, ti prendo giusto un minuto. Come va la ricerca dello studio? Ce l’hai fatta?”
– “Macchè, macchè. Tutto fermo. Sembra tutto precluso. E più passano i mesi, più è difficile. Alla mia età sembro già vecchio, il salto verso il grande studio pare impossibile.”
– “Proprio per questo ti chiamo. Guarda, qui in studio stanno cercando. Con urgenza. Corporate, 6/7 anni di esperienza legale, ottima formazione accademica. Pensavo, mi mandi un curriculum e poi ci penso io a girarlo alla persona giusta. Non ti assicuro niente, però fai il colloquio e vedi.”
– “Lì da te?”
– “E dove sennò? Insomma, se ti va.”
– “Cazzo. Sarebbe una cosa… cioè… sarebbe proprio una figata.”
– “E allora domani mandami il curriculum che ci penso io.”
– “Ma te lo mando già stasera.”
– “Ancora meglio. La mail ce l’hai?”
– “Nome punto cognome?”
– “Esatto.”
– “Cazzo, Duchesne, io… io ti ringrazio, non so… non so davvero cosa dire.”
– “Lascia stare.”
– “No, davvero. Insomma, io, te lo dico sinceramente, pensavo di… come dire… di starti sul cazzo, ecco.”
– “Ma che dici?”
– “Ma sì dai, quella faccenda di Annalisa. Non sono stato esattamente…”
– “No, non parliamo di quella storia. Se stiamo a rivangare tutto non se ne uscirà mai. Ora ti lascio, però. Ho una call.”
– “Io ti mando il curriculum.”
– “Perfetto.”
– “Oh, Duchesne… grazie.”
– “Figurati. A presto.”

Mentre appoggio la cornetta, mi arriva la voce di Xxxxx Xxxxxxx, il partner che stamattina mi ha detto: “Duchesne, se conosci qualcuno che sta cercando uno studio, segnalamelo. Ne abbiamo bisogno con urgenza. Paolo ci lascia settimana prossima”. Lo sento, nella stanza a fianco alla mia, che si rivolge a Quello Nuovo, gridandogli:

– “Non me ne frega un – perdonami – cazzo di quello che pensi tu. Voglio dottrina. DOT-TRI-NA.”

Quest’uomo non è prepotente o arrogante. Quest’uomo è semplicemente cattivo. Paolo, il suo ultimo collaboratore, ci lascerà settimana prossima. E’ riuscito a resistere 5 mesi. Poi è crollato.
Credo sia giunto il momento di dargli un nuovo collaboratore.

TI PRESENTO UN COLLEGA

– Piacere.
– Piacere.
– Tu in che studio lavori?
– Clifford.
– Ah, Clifford. Aspetta, conosco molto bene coso… non ricordo il nome… quello alto, in gamba, simpaticissimo.
– Uhm…
– Sì dai, quello che ha fatto il master, se non sbaglio.
– Fabio. Fabio C.
– Sì, mi sembra sia lui.
– Moro.
– E’ lui.
– Ah, ma non c’è più. Ha lasciato lo studio un paio di mesi fa. L’hanno segato. Non faceva un cazzo.
– Sempre stato un coglione.

NON SONO PAZZO

– “Me la dai una sigaretta?”
– “Duchesne. Tu non fumi.”
– “Davvero?”

Io non fumo. E’ uno di quei vizi che non sono mai riuscito a comprendere fino in fondo. Il fumo mi è sempre stato estraneo. E non certo per questioni di salute, io che mi aspetto un infarto intorno ai 45 anni. Il problema è altrove. Mi vanno le volute negli occhi. Non so bene con quali dita reggere la sigaretta. E continuo a guardarla e riguardarla per timore di cominciare a fumarmi il filtro. Per i vizi, come per tutto, bisogna esserci portati.

Tuttavia, passate le undici, ho deciso di scendere di un piano senza alcuno scopo, solo una passeggiata di pausa e riposo per occhi e mente. Ho visto una luce provenire dalla stanza ad angolo e mi ci sono diretto come ipnotizzato dai bellissimi colori di una vita che condivide il mio stesso destino. Busso leggermente e Federica, una ragazza poco più che trentenne, dagli occhi molto vivi e i capelli sfibrati, mi saluta, illuminandosi nella stanchezza che pure sembra intontirla.

Tramortisco il suo entusiasmo con la semplice richiesta della sigaretta. Federica, dopo aver constatato la mia persuasione, afferra il pacchetto e me lo lancia. Ne sfilo una, saluto e ritorno sui miei passi, imperterrito. Entro nella stanza e mi dirigo alla scrivania del mio compagno di stanza. Scombino tra i pacchetti dei medicinali che nasconde nel primo cassetto ed afferro un accendino. Mi metto la sigaretta in bocca e schiocco la fiamma.

I minuti scorrono nel silenzio più anonimo. La stanza si riempie di fumo. Tengo lo sguardo fisso sull’abisso dei miei pensieri.

Inaspettatamente, qualcuno picchietta alla porta. Non rispondo. La porta si apre, con esitazione.

– “Ehi, ma sei scemo? Io quelle le pago.”

Non muovo la testa e continuo a fissare ammaliato la sigaretta in piedi sulla scrivania, che si consuma lentamente, perfettamente in equilibrio sul filtro.

– “Shhhhhh. Guarda, che bello. Tutta la cenere sta su.”

IN MEMORIA DEGLI AMORI PERDUTI (UN POST AMARO)

Quello Nuovo (il praticante arrivato diversi mesi fa che ancora fatica a far ricordare il suo nome ai colleghi) entra in stanza e chiude la porta. Un’oretta fa l’ho chiamato da me e gli ho affidato la preparazione di una time-table, qualcosa di molto semplice, uno schema che poi avremmo completato insieme. Ora mi sta davanti e non posso non notare la sua faccia lunga. Ricorda l’Urlo di Munch, solo molto più disperato.

– “Scusa”, mi dice, “volevo solo chiederti se è un lavoro urgente”. Lo scruto serio.
– “No. Non è urgente però vorrei che lo mandassi fuori oggi.”
– “Ah”, esita. “Ok.”
– “Ok.”
– “Ti mando la bozza appena pronta”, aggiunge, rimanendo fermo col capo chino.
– “Ok.”
– “Ok.”
– “Senti, dimmi cosa c’è.”
– “Mi ha lasciato la ragazza.”

(flashback)

C’è stato un tempo in cui ero solo un timido praticante, pieno di cravatte blu.

La prima volta che ho messo piede nello studio in cui lavoro mi sono sentito sopraffare da una sensazione di penetrante disagio. Le porte a vetri che cominciavano ad aprirsi dieci secondi prima del mio passaggio; l’impersonalità dell’arredamento; l’incredibile freddezza della receptionist che mi aveva accolto dicendomi “Si metta là”, senza tuttavia alzare gli occhi o farmi un qualsiasi gesto indicativo, per cui “là” poteva anche essere il gabinetto; riviste come ‘Capital’ ‘Millionaire’ “Finanza e Mercati’ ‘Lo Yacht” (“Impara ad arredare gli esterni. Un inserto con i pratici consigli per scegliere una poppa di stile”) disposte a ventaglio sul tavolinetto a fianco alla poltrona di attesa; quell’aura di prestigio posticcio che ricopriva ogni centimetro quadrato di un posto che voleva comunicare messaggi tipo: “Qui alla professionalità diamo del tu”.

Avevo cominciato a fare colloqui alla ricerca di una struttura in cui poter fare il salto di qualità. Svolgevo la pratica in un piccolo studio legale non molto differente dalla maggior parte degli studi legali italiani, luoghi dove giovani menti vengono sequestrate e, senza troppi indugi, svuotate di ogni dignità, ambizione e amor proprio. Si chiama “praticantato”.

Per 500 Euro lordi al mese passavo la maggior parte delle mie mattine in tribunale nelle attività più varie: stavo in coda per ore per un’iscrizione a ruolo, mi facevo insultare da una volgare obesa della sezione XIII che si faceva chiamare – con dispregio della lingua italiana – cancelliera, leccavo e appiccicavo decine di marche da bollo (erano i tempi delle ali e delle bilance) e poi ci pestavo sopra un timbro, cercavo fascicoli sperduti aggrappato a scale pericolanti stretto nell’abitino di Valentino con cui mi ero laureato. Al rientro in studio, poi, ancora fotocopie, preparazione di fascicoli, compilazione di decreti ingiuntivi e numerosi altri lavoretti per i quali, più della laurea, mi sarebbe stato più utile l’alcool.

“Ehi, suvvia, suvvia, non esageriamo”, potevo sentire chiunque storcere occhi e bocca. “C’è gente che lavora in miniera”, direbbe mia madre. E lo diceva davvero. Così che ogni volta che cercavo un appoggio, una sponda ai miei sfoghi di ragazzo scoraggiato, mia madre si limitava a pronunciare una parola sola: “Sulcis”. “Oggi, mamma, mi hanno costretto a…” “Sulcis!” “Il mio capo mi ha detto che…” “Sulcis!” “Buonanotte mamma…” “Sulcis!”. Ripetutamente, persistentemente, crudelmente.

Mia madre non mi capiva, mia sorella non mi capiva, nemmeno i miei amici sembravano capire, finché un giorno, lasciando il posto sull’autobus ad un’anziana signora con un braccio rotto, ho cominciato ad illustrarle la mia condizione, credendo di poter trovare in lei una figura amorevole e comprensiva. Alla fermata di fronte al Policlinico, la vecchia è scesa, e guardandomi un’ultima volta con l’espressione di chi sta per starnutire, mi ha detto:

– “Voi giovani siete dei smidollati”.
– “Semmai degli”.
– “DEI SMIDOLLATI”.

Quando neanche una vecchia analfabeta con un braccio rotto provava partecipazione per la mia condizione, significava essere davvero solo. Quel giorno presi due importanti decisioni. Scelsi di entrare in una grande struttura (volevo essere pagato e ritrovare un tozzo di dignità professionale) e di non cedere mai più il posto sull’autobus.

Oggi io sono un avvocato d’affari.

Sono iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano, pago i “contributi” alla Cassa Forense e vado in giro a dire alla gente “Lei non sa chi sono io” (la gente mi guarda e solitamente risponde “E infatti chi cazzo la conosce?” “Appunto, facevo una notazione”).

(fine flashback)

– “Dai, facciamo così, fai lo schema come ti viene, poi ci penso io a finirlo e mandarlo fuori.”
– “Grazie. Sul serio, grazie.”
– “Non ringraziarmi. Tutti abbiamo incontrato una vecchia invalida che non ci ha voluto ascoltare.”
– “Eh?”
– “No, niente. Lascia perdere.”

SENTIAMOCI PIU’ SPESSO, AMICO CARO

Da: Xxxxx.Xxxxxx@yahoo.com
A: Duchesne
Data: 20-ott-2007 21.06
Oggetto: Favorino

Caro Duchesne,

come stai? Non ci sentiamo da un po’, periodo intenso. Vivo in Spagna ora. Senti, ho bisogno di una consulenza veloce (e gratuita, non fare lo stronzo). Posso aprire delle società in altri stati (magari dammi un consiglio su quali) per non pagare le tasse qui in Spagna? Tieni conto che risiedo qui ma la cittadinanza resta italiana. Grazie.

Italo

PS: ti saluta Stefania.
PPS: un giorno se passo a Milano andiamo all’indiano.

Da: Duchesne
A: Xxxxx.Xxxxxx@yahoo.com
Data: 21-ott-2007 12.47
Oggetto: Re: Favorino

Caro Italo,

sto bene. Non so dirti, ho simpatia per lo Zimbabwe.

Duchesne

PS: saluta Stefania caramente.
PPS: l’indiano mi procura irritazione.

TI OFFRO UN CAFFE’

– Oh, però rimanga tra noi.
– E certo, per chi mi hai preso?
– Hai presente Carlo? Che settimana scorsa s’è fatto la trasferta a Berlino per il closing di non so cosa?
– Eh.
– 800 Euro per due ore con una escort.
– Una troia?
– Una escort.
– Minchia, Carlo l’ho sempre detto che è squallido.
– Un coglione.
– Incredibile.
– Ah, io sono rimasto sbigottito quando me l’ha detto.
– 800 Euro.
– Per due ore.
– Cioè, per 800 Euro almeno tutto il week-end, altro che due ore.
– No, beh, non esageriamo, un weekend direi 1000 Euro.
– Massimo.
– Massimo.
– Ci andate poi al lago questo fine settimana tu e Caterina?
– Se riusciamo a piazzare i bimbi dai nonni, un salto lo facciamo volentieri.

LE PICCOLE COSE DEL VIVERE QUOTIDIANO

– “Duchesne, hai la fronte arrossata.”
– “Dev’essere dermatite.”
– “Ti capita spesso, però.”
– “Mi farò vedere.”

Mi allontano.

Alle volte, nel primo pomeriggio, vengo avvolto da un manto di sonnolenza garbata. Comincio a sentire gli occhi pesanti, le membra affaticate, l’irrequieto bisogno di sdraiarmi un attimo. E’ allora che mi alzo di scatto e mi dirigo serio al gabinetto. Mi siedo sulla tazza e, poggiando i gomiti sulle ginocchia, accolgo la faccia tra le mani. Rimango così anche per quei 20/25 minuti. Se mi si vedesse. Tenero, tutto da coccolare.