LA TEORIA DELL’ICEBERG

Quando un nuovo progetto sta per essere affidato al professionista serio, egli, in gergo tecnico, suole dire: “Sta entrando una nuova operazione”. Ecco, dire dove mi è entrata l’operazione su cui sto lavorando fa parte di un bagaglio di ironia che non credo di potermi permettere.

Nella stanza si è formato un capannello di umanità varia. La consumazione della cena costituisce ormai l’unico momento di socialità, ma non mi sento dell’umore giusto per partecipare attivamente.

Stasera è in voga il dileggio della concorrenza.

– “Io da GOP mi tengo ben lontano”.
– “GOP e pure Freshfields. Freshfields è morto. Mor-To.”
– “Oggi Beatrice, quella del tax, mi ha scritto tanti kiss. Me la faccio sicuro.”
– “E vogliamo parlare di Cleary? Facevano gli splendidi e ora…”
– “Tu guarda anche Bonelli. Dov’è la tanto celebrata qualità? Zero, finita, deleted”.
– “Guarda che Beatrice gioca, lo fa con tutti. E poi tanti kiss lo dici a un pechinese.”
– “Beh, da Clifford ormai anche gli uomini delle pulizie ne sanno di più degli avvocati”.
– “Ah ah ah, cattiva questa”.
– “Pechinese, va bene, ma con un trivellone così.”
– “No, sarei cattivo se parlassi di Allen&Overy”.
– “Poveri, quelli mi fanno quasi pena”.

E via così. Un assembramento di farneticanti professionisti. Mi arrivano parole come “fasti del passato” “crisi completa, crisi totale” “sono tutti in fuga” “non se l’incula più nessuno”. Ascolto in disparte, partecipo poco, ma sto attento a cogliere le indicazioni che potrei ricevere. Ascolto e cerco di capire quali siano gli studi migliori, più forti, più considerati dal mercato, più attivi. Soprattutto, però, cerco di capire, tra tanta irrisione, quali siano gli studi posizionati peggio, malmessi, quelli in crisi, senza grosse prospettive. Quelli senza lavoro. E’ lì che conto di inviare il mio curriculum. Mi sento senza stimoli, senza motivazioni, senza ambizioni. E la cosa sembra procurarmi sollievo.

Quando ero bambino, la maestra mi chiese: “Duchesnino, cosa vuoi fare da grande?”. Risposi: “Voglio comprare il Pirellone”. Ora, io davvero non so da dove mi è uscita una risposta del genere. Presumo sia stato il modo ingenuo con cui cercavo di concretizzare l’educazione ricevuta dai miei genitori, che mi hanno sempre spinto a non arrendermi, a combattere per ottenere il risultato inseguito, a rincorrere i sogni, anche quelli più grandi. Ci ripenso ora: sono le undici passate, sto mangiando una pizza fredda e sfoglio la sfida dei dodici mesi di Jennifer Rodriguez, commentando belle tette, belle tette, bel culo, belle tette, fino a Dicembre, con questo, tra l’altro, esaurendo la mia vita sentimentale delle ultime settimane. In sottofondo Giorgio racconta come il fatto di pensare ad un closing in cui ci si è dimenticati della procura lo aiuti a ritardare il coito. Cosa direbbe quel bambino se vedesse che il suo futuro si è materializzato così?

Alzo il telefono.

– “Pronto.”
– “Mamma.”
– “Duchesne, ma che ore sono? Tuo padre ed io stavamo già dormendo. Ci fa paura il telefono nella notte.”
– “Ti ricordi cosa risposi alla maestra. Cosa vuoi fare da grande?
– “Che tenero. Volevi comprare il Pirellone.”
– “Ecco. Io una stronzata del genere a sei anni non posso averla concepita.”
– “Duchesne, ma cosa stai dicendo?”
– “Tu e tuo marito mi avete rovinato.”
– “Ma Duchesne…”
– “Notte”.

Clic.

LA CORTE DEI MIRACOLI

È arrivata una nuova collega.

Stamattina è passata a presentarsi. Non lavorerà nel mio team ma ci teneva a fare personalmente un giro di presentazione con i colleghi che, è certa, “saranno la compagnia dei miei prossimi anni”. “Si spera”, aggiunge e ridacchia. La guardo già con sospetto.

E’ da lunedì scorso che girano voci trepidanti. “Com’è? Com’è?” “Carina” “Io l’ho vista da dietro quando stava uscendo dalla porta” “Pare sia un piccolo genio” “Io penso di averla incrociata sull’ascensore, non poteva che essere lei, non mi ha salutato”.

Preceduta da questa proiezione di misurata curiosità, eccola qui davanti a me a presentarsi. Cerco di muovermi con educazione, mi arrischio a chiederle da dove proviene, che abbia fatto in passato e, in un vertice di ironia creativa, le domando chi glielo ha fatto fare di unirsi a questo funesto baraccone. Mi guarda meravigliata, non gradisce affatto questa mia vena dissacratoria verso lo studio in cui lavoro. Di più, verso lo studio in cui ora lavora lei. Cancello il sorriso forzato che mi ero imposto, lascio andare la mia posa rispettosa, appoggio i gomiti sulla scrivania e mi schiaccio la faccia tra le mani. Il fagotto attacca una piccola predica in cui non si cura di nascondere alcune note di biasimo nei miei confronti. Mi sforzo di stare zitto, convincendomi sia solo una mia impressione, probabilmente la ragazza è emozionata, tesa, e questo altro non è che il suo modo di reagire.

Ben presto però la predica vira al messaggio auto-promozionale, uno sciorinamento curriculare della sua vita di riconoscimenti e raggiunti traguardi. “Bla bla bla master bla bla bla professore bla bla bla specializzazione bla bla bla pubblicazione bla bla bla esperienze bla bla bla faccio”.

E poi il silenzio. Mi desto. Pare abbia finito. Guarda me. Poi guarda il mio compagno di stanza. Poi guarda di nuovo me. Non trovo una sola parola utile per rompere il silenzio.

E’ il mio compagno di stanza a spezzare l’imbarazzo.

– “Io so aprire una lattina di coca coi piedi.”
– “Lo fa, lo fa. Io l’ho visto.”

TI OFFRO UN CAFFE’

– Lui è così. Vede un bambino e gode a farlo piangere.
– Un vero mostro.
– Una volta l’ho visto guardare in un passeggino e allontanarsi come se avesse visto della merda.
– Non è sano.
– No, affatto.
– Alle volte mi fa paura.
– Anche se però è carino dai.
– Devo dire che ha un sorriso splendido.
– E vogliamo parlare del culo?
– Mi ha detto che faceva nuoto anni fa.
– E si vede. Innegabile, ha fascino.
– E poi alle volte i bambini sono davvero pesanti.
– Ma veramente.

S’E’ FATTA UNA STRAGE

– “Allora, Duchesne, com’è andata ieri?”.

Giuseppe, il mio capo (“Ma io, Duchesne, più di tutto vorrei essere per te un modello”, mi ha detto qualche tempo fa stappandosi l’orecchio con il mignolo) entra nella stanza senza bussare, con un caffé in mano. Mi fissa con un sorriso beato e aggiunge: “Eh, ma che brutte occhiaie.”

– “Diciamo che è andata”, rispondo con un sospiro.
– “Gli hai spaccato il culo? Dimmi che gli hai spaccato il culo.”
– “Beh, è stata una negoziazione un po’ complicata. Abbiamo fatto tardi. L’avvocato di controparte voleva a tutti i costi…”
– “No, no, Duchesne, non darmi dettagli inutili. Sintesi. Dimmi solo che gli hai spaccato il culo.”
– “Gli ho spaccato il culo.”
– “Grande Duchesne. Grande. GRANDE.”

Giuseppe, dopo essersi accertato che abbia fatto il mio dovere spaccando culi, esce dalla stanza, lasciando aperta la porta.

Dall’ampio open-space su cui si affaccia il mio ufficio, mi giungono spruzzi delle chiacchiere delle segretarie. Sono sedute alle loro scrivanie disposte a croce. Un divisorio, sistemato perpendicolarmente a ciascun tavolo, conferisce alla figura una singolare forma a svastica. Da qui le posso sentire lavorare alacremente. Indaffarate, attive, operose come sempre. Riconosco frasi come: “Troppo figo in quel film, con tutto il sangue addosso”, “L’avete sentita la nuova canzone di coso, come si chiama, quello tutto ricciolino?”, “L’ho comprata ieri da Zara. Era l’ultima. Non ci volevo credere”, “Ci esci ancora con quello della Security? ”, “L’idea è di mandare il piccolo dai nonni e noi andiamo un po’ in montagna che ce ne abbiamo bisogno”, “Scusate, il bacio nei messaggini si fa con la x o con l’asterisco?”.

Il mio compagno di stanza, mi osserva.

– “Beh, come è andata veramente ieri?”
– “Una merda. Dovevamo chiudere il contratto e invece niente. Un paio di punti ancora in sospeso. Nulla di complicato, però, sai, contavo di finire tutto ieri. Oggi neanche ci volevo venire qui. Spero solo che…”
– “Insomma, non gli hai mica spaccato il culo.”
– “Andate a cagare tutti.”

COS’HAI FATTO QUESTO WEEK-END?

Ballano. Tutti ballano. Alle volte ho l’impressione che stiano chiedendo aiuto. Ma sono pronto a giurare che stanno ballando. La sala è piena. Riconosco Giovannino con le mani in aria che scuote il bacino in direzione di Cristina, una ragazza della contabilità, che ora allarga le gambe e abbassa il sedere fino quasi a toccare terra dandogli le spalle. Un rumore metallico ottenebra le casse dietro di me. E’ techno garage mi dice Paola. Ah infatti mi sembrava rispondo. Il dee-jay urla benvenuti nel fondo del trip della notte. Rispondo anche a lui dicendo grazie. Ma credo che non si rivolga a me. Siamo all’Armani Privè, o forse è il Just Cavalli, probabilmente il Toqueville, ma punterei sull’Old Fashion, anzi no, l’Hollywood. Seduto sul divanetto, fisso il bicchiere che stringo tra le mani. E’ vuoto. Ho bevuto un Mojito, o forse un Vodka Sour, probabilmente un Black Russian, ma punterei su un Americano, anzi no, un Cuba Libre. La serata fra colleghi per-divertirci-fra-di-noi procede a gonfie vele. Le luci sparano lampi un po’ a casaccio. Due lampi arrivano su di me. Ne sono orgoglioso. Il locale mischia gli stili. Un po’ moderno. Un po’ post-moderno. Un po’ mostruoso. Ci sono un sacco di colonne. Ad ogni colonna un uomo appoggiato si guarda in giro e ride fisso. Nonostante sia solo. Nonostante muova nervosamente un bicchiere semivuoto in mano. Nonostante sia appoggiato a una colonna. E’ felice. Vive la notte. Cerco una colonna vuota anche per me. Non ne vedo. Rimango seduto. Le ragazze sono splendide. Hanno parecchia pelle. Mi innamoro 12 volte ma sono storie poco importanti. Ne vengo fuori senza soffrire. I bottoni delle camicie dei ragazzi si slacciano dall’alto al basso a una media di un bottone ogni bicchiere. Un ragazzo sbadiglia. Uno si guarda la manica della giacca e strappa via un filo. Un altro fissa serio un enorme sedere che non capisco a chi appartenga. Sono felici. Sono tutti felici. Molto. C’è l’atmosfera giusta. Sono molto felice anch’io di essere nell’atmosfera giusta. E allora sbadiglio e guardo anch’io il sedere di una ragazza al bancone. Una biondina, che potrebbe avere 16 anni come 36, grida passami un goccio. Urlo è vuoto. Dice che cazzo vuoi. Urlo scusa pensavo dicessi a me. Dice vaffanculo. Le sorrido. C’è l’atmosfera giusta. I baristi lanciano le bottiglie in aria e le riprendono dietro la schiena. Ogni tanto le bottiglie cadono. A loro non interessa. Duchesne ti diverti mi chiede gridandomi in un orecchio Giorgia, una praticante dal forte accento bresciano. Porco cane rispondo convinto. Mi tira per la giacca. Mi prende le mani. Improvvisa una lap dance intorno a me. Uno sconosciuto si mette a ballarle dietro. Lei ne sente la presenza. Si volta. Cominciano a ballare insieme. Rimango fermo in mezzo alla pista. Agito un po’ le natiche. Comincio a sudare. Torno al divanetto. E’ occupato. Hanno portato via anche il mio bicchiere. Facciamo gli auguri a Giovanna che ieri s’è laureata grida il deejay. E’ una DOTTORESSA aggiunge con arguzia. Parte in onore di Giovanna un pezzo latino-americano. Il mio compagno di stanza mi vede. Fa dei gesti. Alza ripetutamente le ginocchia, prima una e poi l’altra, come un maori sui carboni ardenti. Grida baila adelante baila. Indico il gabinetto. Torno subito. Esco dal locale. Vado a casa. Mi spoglio. Mi metto a letto. Mi scopro triste. A casa mia non c’è l’atmosfera giusta.

TI OFFRO UN CAFFE’

– Alla fine con tuo marito come siete rimasti?
– Lui si prende la casa in montagna e io l’appartamento qui a Milano.
– Beh, dai, ti è andata bene.
– Ci mancava che facesse anche storie.
– In effetti, va detto che è stato un po’ stronzo.
– Un po’ molto. Passi essere tradita, ma con una commessa della Coop.
– Con quelle divise di plastica coi pallini.
– No, quelle sono le divise del Pam.
– Quelle della Coop come sono?
– No, devo dire belline.

DUE DILIGENCE (UN POST TECNICO)

Mi spiego.

La due diligence è un’attività legale importante e delicata. Si tratta di sottoporre ad accurata analisi tutta la documentazione relativa ad una società in vista di una futura acquisizione (o quello che è): atto costitutivo, statuto, libri sociali, contratti, finanziamenti, documentazione lavoristica, ambientale, ecc. Tutto.

Facile capire quanto sia necessaria allo scopo una notevole preparazione giuridica, un’elevata esperienza, un’ottima capacità sintetica, analitica, precisione, accuratezza. E, infatti, solitamente, tale attività viene affidata ai praticanti, il gradino più basso della scala professionale (escludendo gli stagisti, che però sono per lo più oggetto dello schiaffo del soldato o del colpo col dito medio dietro l’orecchio).

Il praticante deve rivedere i documenti, sintetizzarli in pratiche schedine e rilevare tutte le problematiche ed i punti critici che incontra nella sua revisione. Investito da questa responsabilità, attraversa tutta una serie di stadi emozionali:

1. piange;
2. si mette di buon proposito al lavoro;
3. produce un prodotto scadente.

La colpa, naturalmente, non è da imputare al poveretto, ma tant’è. Per ogni errore, imprecisione, inesattezza, sarà il praticante a pagare, secondo un tacito principio comunemente accettato dalla comunità degli avvocati: il praticante ha sempre torto, il praticante deve pagare, il praticante pagherà.

Io sono stato nominato due diligence coordinator, vale a dire responsabile dell’organizzazione, coordinatore dell’attività, collettore dei risultati.

La mia funzione è quella di produrre, sulla base delle schede che mi arrivano, un report che riassuma l’intera situazione legale, finanziaria, economica, ecc. della società bersaglio in 300/400 comode pagine. Il report, dal peso di poco superiore ad un impianto hi-fi, solitamente viene abbandonato sotto le scrivanie dei quadri anziani della società Cliente, come pratico appoggio per la corretta circolazione degli arti inferiori.

Così, al fine di permettere al cliente di avere un’idea immediata del contenuto del report che giace sotto i suoi calzini, all’inizio del report devo anche inserire una sezione chiamata executive summary, in cui – in 7/8 pagine – è riassunto il contenuto delle successive 300/400 pagine, già riassunto delle migliaia e migliaia di pagine analizzate nel corso della due diligence.

Il Cliente, tuttavia, non considera nemmeno l’executive summary, che utilizza come tovaglietta per i biscotti.

– “Ci vuole concisione, stringatezza”, dicono. “Non è possibile avere una mail, essenziale, sintetica, in cui riassumete i key-concept, i concetti chiave? Diciamo 3, max 4 bullet point”.
– “3 bullet point per descrivere la situazione di una società che fattura 100 milioni di Euro l’anno?”, domanda l’avvocato preoccupato.
– “Esatto. Afferrato. 3 bullet point”.
– “Massimo 4”.
– “Massimo 4”.
– “E il report?”
– “Usiamolo come base”.
– “Del lavoro?”
– “E di cosa? Dei piedi?”
– “Ah ah ah. Già”.

“MI PORTI A CASA, PER FAVORE”

Cammino lungo Corso di Porta Romana dopo essermi congedato dall’amico con cui ho cenato, quando sull’altro lato della strada riconosco la sagoma bianca di un taxi lampeggiante “Libero”. Alzo la mano e, con lo scatto felino dei miei vent’anni, attraverso la strada. Salgo sull’auto biascicando un poco convinto buonasera, mi siedo e prima che possa pronunciare la destinazione, il tassista ferma l’auto, si volta, mi guarda e ingrana la retromarcia. Con manovra fulminea, senza che io abbia né tempo né modo di rendermi conto delle sue evoluzioni, si porta sull’altra corsia e imbocca il primo anello di Milano, direzione Stazione Cadorna.

– “Scusi… scusi, ma dove… dove mi sta portando?”, esito, senza nascondere una certa apprensione.
– “Via Xxxxxxxx 14”.

Strabuzzo gli occhi. Quella è casa mia.

– “Ma”, emetto in un alito. E mi taccio, come di fronte ad un prodigio troppo spaventoso per potere essere ammirato serenamente. La particella rimane sospesa a mezz’aria, quasi visibile, e poi si sfalda con tutte le mie certezze.
– “Lei è l’avvocato Duchesne”, afferma etereo.
– “Lei è Dio?”, domando con educazione.
– “Ah ah ah. Lei non mi riconosce ma io l’ho accompagnata a casa diverse volte. La vengo a prendere sotto lo studio. Lei è avvocato, l’avvocato Duchesne. Sa come si dice qui a Milano: L’è mei un ratt in boca al gatt che un pover’omm in man all’aucatt”.

Il proverbio milanese. Ora riconosco quest’omone sui sessantacinque anni. Una creatura dalla lingua instancabile, persa nel turno notturno, il cui destino sembra quello di raccogliere avvocati affaticati e redarguirli sulla vita che conducono e sulla morale che professano. Mentre il tassista blatera qualcosa circa i lavori stradali ed il brusco cambio dei sensi di marcia, rimango silenzioso. Mi perdo in stanche considerazioni sul fatto che un tassista conosca chi sono, la mia professione, dove lavoro, quanto lavoro, la mia solitudine, e cerco di trarne una morale, un insegnamento, uno straccio di metafora, qualcosa che sbrogli questo senso di disagio.

“Avvocato Duchesne. Sono 9 euro e 70”. Mi riprendo e guardo fuori dal finestrino riconoscendo il portone di casa.

Cazzo, cazzo, CAZZO, penso picchiandomi una mano sulla fronte. “Io…”, piagnucolo, “io non volevo andare a casa, io dovevo andare in studio”. “IN STUDIO”, alzo la voce collerico.

– “E lei me lo dice ora?”
– “Ma lei ha preso, ha svoltato, ha detto, ha fatto.”
– “Vada, vada a casa che la vedo stanco. Sa come si dice qui a Milano: Mangia bev e caga e lassa che la vaga. Ora dorma e domani pensa al resto.”

Col capo chino prendo il portafogli, pago, esco e mi dirigo al portone di casa.

“ALLA PROSSIMA”, giunge come un tuono dalla strada.