TI OFFRO UN CAFFE’

– Hai sentito che Lanzi, alla cena di Natale, si è fatto la Campanili?
– La Campanili? Madonna, che coraggio. Pare un cammello.
– L’hai detto. Un cammello e pure baldracca. L’ha data a tutti qua dentro.
– Tu te la sei fatta?
– Una volta l’anno scorso. In trasferta.
– Grandissimo. Roma?
– Londra, Londra…

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IL GIORNO DEL GIUDIZIO

L’anno scorso dissi: “Qualcosa deve cambiare”.

Poi i giorni sono passati – io con loro – e, fatalmente, è arrivato il momento del bilancio.

Non è cambiato niente.

Certo, rispetto all’anno passato, nella sala d’attesa dello studio c’è un tappeto nuovo, la centralinista ha imparato a dire correttamente il mio cognome, Giuseppe , il mio Capo, ha cominciato a tagliarsi i peli del naso, il mio compagno di stanza ha smesso di indossare le camicie blu col colletto bianco, la mia segretaria si è sposata, Giovannino ha sostituito la suoneria di Mission Impossibile con il coro dei pompieri di Bud Spencer e Terence Hill, il Sushi di Parco è sempre più scadente. Ma io? Beh, io i bilanci non li faccio. A questo ci pensa Giuseppe.

Come ogni anno arriva il giorno in cui, con il tono di chi sta per annunciarmi che sono affetto da una grave malattia, entra nella mia stanza e dice:

– “Duchesne… se hai un momento [pausa che fa atmosfera] io gradirei parlarti.”

Allora io mi alzo, lo seguo, entro nella sua stanza, chiudo la porta dietro di me e mi siedo sulla poltroncina. Giuseppe ritorna subito quello di sempre. Le vesti formali lo annoiano in fretta. Appoggia un piede sul comodino, si apre in un largo sorriso e comincia a ripetere: “Eh, Duchesne, Duchesne…”. Silenzio. “Eh, Duchesne, Duchesne…”. Silenzio. “Eh, Duchesne, Duchesne…”.

– “Dimmi Giuseppe.”
– “Sì, però non cominciare ad interrompermi.”

Ogni anno, sempre uguale. Vengo sottoposto ad una sorta di autopsia professionale, un gioviale colloquio nel quale Giuseppe procede alla mia valutazione. Si fa il punto sulla mia crescita professionale, la mia maturazione, i miei progressi, le capacità sviluppate, il grado di autonomia, e, dall’altra parte, i miei limiti, i miei difetti, gli aspetti da migliorare. In pratica, si fa il bilancio della mia prospettiva professionale. Si suppone, quindi, che io esponga il mio pensiero, eventuali dubbi, problemi, situazioni da affrontare, da chiarire. Ma io sto sempre zitto. Probabilmente sbaglio, ma afferrare le spalle di Giuseppe, scuoterlo e dirgli: “Giuseppe, io non sto bene, porca puttana”, non mi sembra professionale. Potrei smussare i toni, è vero, ma la frase “Giuseppe, io non sto bene, porca puttana”, mi sembra così bella che non trovo come sostituirla.

Oggi ho avuto la mia review. C’era soddisfazione per i progressi fatti, apprezzamento per il lavoro. Complimenti e riconoscimenti. Fino a che Giuseppe ha parlato di note dolenti. Ha introdotto frasi come siamo ad un bivio, è il tempo delle scelte, eliminare l’incertezza. Ha proseguito poi con preparare il terreno, mettere le basi, gettare il seme. Ha concluso con tutto però dipende da te, ora si comincia a fare sul serio, il successo sta lì (e io mi sono girato a guardare, ma stava passando un praticante e il successo non l’ho visto).

Insomma, Duchesne, ora devi ragionare in grande.

Uscendo dalle frasi fatte di Giuseppe, il concetto è molto semplice. La mia età mi impone una considerazione diversa della mia carriera. Gli obiettivi si fanno concreti. La selezione è cominciata. A sentire Giuseppe, ho i numeri, ma non li voglio giocare.

– “Duchesne, io ti vedo a-pa-ti-co. Passivo. Porca eva, guarda uno come Giorgione com’è determinato. Tre mesi che è qui e già tutti guarda Giorgione com’è bravo, guarda come si impegna, guarda qui, guarda là. Tu vali ben di più di Giorgione. Ma lui ha determinazione. Lui s’è già messo in luce.”
– “Giorgione pesa 98 chili. Certo che s’è messo in luce.”
– “Ah ah, fai lo spiritoso. Duchesne il clown. Sarà pure un ciccione ma questo vuol dire solo che ti farà ancora più male il giorno che ti metterà i piedi in testa, se mi permetti di essere franco. Perché qui dobbiamo parlarci chiaro, Duchesne, il futuro non è per tutti. Tu lo vuoi un futuro?”
– “Credo di sì.”
– “Ma Dio mio. Come credo di sì?”
– “Ma sì, sì, lo voglio.”
– “Duchesne, cosa mi stai dicendo?”
– “Ma niente. Insomma, è stato un anno un po’ duro questo…”
– “Ma ragazzo mio, dicembre è sempre il periodo più duro.”
– “No dicembre. Quest’anno.”
– “E’ uguale. L’anno che passa è sempre il più duro.”
– “Giuseppe, è solo che, insomma, non so spiegare… ultimamente… boh…”
– “Duchesne…”
– “Cosa?”
– “Non avrai mica trovato una donna?”
– “No, no, macchè.”
– “Ah ecco. Perché devi starci attento che poi ti mettono in testa questi tarli. Si insinuano. Bada, eh… mi affido a te.”
– “Giuseppe, guarda, non so neanche che cosa ti sto dicendo, sono solo pensieri…”
– “Duchesne, tu sei stanco. Punto. E allora cosa fai? Ti metti pure a pensare? Rilassati, rimani concentrato solo sul focus. Tu sei giovane ma non tanto da non poter cominciare ad avere ambizioni. Concrete ambizioni. Ascolta me. Se te ne parlo è perché so che la faccenda è concreta. E poi, cosa ti credi? Che siamo qui a fare i ballerinetti? Ma qualche sacrificio è necessario, santiddio, no? Tu pensi che ci sono nato su questa poltrona? Io qui ci sono arrivato con la determinazione.”
– “Quella che ha Giorgione.”
– “Quella che Giorgione. La determinazione. Ed è questo il punto. Tu ti siedi troppo. Ti limiti a fare il tuo lavoro e poi stai lì. Basta. Finito. E invece, devi scalpitare, devi essere vigoroso, spingerti sempre in là. E lo dico per te, sai a me che mi viene in tasca? Ma là fuori c’è gente che spinge, che si sbraccia. E tu devi andare oltre.”
– “Oltre.”
– “Certo. Oltre. Hai fatto 30? Fai 40, no?”
– “Non era 31?”
– “E allora io parlo proprio a cazzo però.”

TI SEI DIVERTITO? (OVVERO L’ESAME DI AVVOCATO)

Nonostante quello che si può pensare, io non sono nato Avvocato. Ero uno qualunque prima che il superamento di un esame mi elevasse a un rango tale per cui la gente sbadiglia quando dico di cosa mi occupo.

Dicevo. Ho superato un esame per essere quello che sono. Io, che vivo la mia vita professionale come un totano nella rete, ho superato un esame per essere quello che sono. Lo ripeto perché mi sembra molto divertente.

Ed è questa la caratteristica principale dell’esame d’avvocato. E’ una delle cose più divertenti che possa capitare di fare. Scherzi, lazzi, giochi, burle. In una parola, un gran divertimento.

Come ogni esame che si rispetti, l’esame d’avvocato è diviso in due fasi: lo scritto e l’orale. E questo sembra quasi banale. Ma sarebbe un errore pensarlo, perché, a differenza di ingegneri, architetti o altri professionisti poco spiritosi, la cosa divertente del nostro esame è che tra i due momenti – scritto e orale – può passare anche un anno.

Un anno.

Ci pensano le commissioni d’esame a creare la giusta suspence, rilasciando i risultati dopo sei/sette mesi dallo svolgimento delle prove, con il popolo dei candidati che, al rullare dei tamburi, dice “oooooooooOoOoOOOOOOOHHH”. E sembra proprio di stare allo stadio prima di un rigore. Un rigore con una rincorsa di sette mesi. Spassosissimo. E, per quelli che ce l’hanno fatta a fare centro, una media di altri tre/quattro mesi prima di sostenere l’orale. Col risultato di un esame che, come un bellissimo e lunghissimo gioco, occupa un anno di vita. Questo io lo trovo assolutamente divertente, perché permette di assaporare mille sensazioni (tra cui, l’ansia, l’agitazione, l’angoscia, l’amarezza, la demoralizzazione, ecc.) e di sentirsi gioiosamente parte di un felice meccanismo di selezione. Per alcuni colleghi, poi, è tutto ancora più divertente. Siccome può capitare che l’iter si prolunghi oltre l’anno senza che siano riusciti a sostenere l’esame orale, sono costretti, in attesa dell’orale, a rifare l’esame scritto nonostante l’abbiano già passato l’anno prima. E’ uno scherzo bellissimo. E loro si divertono molto, essendo persone che sanno stare al gioco. Certo, alcuni, all’inizio, si arrabbiano un po’, sostenendo che il Consiglio nazionale forense si disinteressa della dignità o della sorte dei suoi futuri appartenenti. Ma poi lo capiscono subito che è solo un bellissimo scherzo. Anzi, io credo che il Consiglio semplicemente voglia che il candidato arrivi al titolo con gradualità. Il successo, quando è improvviso, può dare alla testa. E poi si diventa presuntuosi. E non ci si diverte più.

Oggi, è cominciato l’esame scritto.

Dura tre giorni. Tre giorni per tre elaborati: un parere in materia civile, un parere in materia penale e un atto su una materia a scelta (civile, penale, amministrativo). A questo punto, in maniera molto superficiale, ci si potrebbe chiedere: io che mi occupo di fusioni e acquisizioni societarie, perché devo svolgere un tema d’esame su Caia, vicina di Tizio, che sbatte i tappeti fuori dalla finestra? Ha Tizio diritto a un risarcimento per il danneggiamento del cortile? E se Caia compie l’azione di pulitura del tappeto tutta nuda, ci sono profili per riconoscere la legittimità del gesto? Di più, sempre ingenuamente, si potrebbe notare che un chirurgo non è tenuto a saper curare una carie o un cardiologo a saper togliere le emorroidi. E allora perché l’avvocato deve provare di conoscere la disciplina del matrimonio e quella del tentato omicidio, la contrattualistica e il diritto condominiale, l’infanticidio e il contratto di locazione? Ma questo, come si diceva, è tutto frutto di ingenuità. E l’Ordine degli Avvocati non risponde all’ingenuità. E poi, finché il cliente paga, queste sono quisquilie di cui possiamo anche non tenere conto.

Il fatto è che si fanno tre prove scritte per divertirsi. Presentarsi per tre giorni in un capannone dove solitamente tengono la fiera del ciclo e motociclo, insieme ad altri 3000 ragazzi, stipati in banchetti di 40×80, dalla mattina alle 8.00, per uscirne solo intorno alle 19.00, è qualcosa di molto divertente. Sembra un po’ di stare in colonia. Si mangiano i panini fatti in casa, ci si ritrova nei bagni per parlare, si fanno tante amicizie. E, proprio come in colonia, alle volte viene da piangere, con la malinconia della mamma. Ma è solo un attimo e poi si torna tutti a ridere felici.

Purtroppo, però, si sentono dire tante cattiverie.

In particolare, è facile sentire tanta gente che non sa stare allo scherzo dire una certa parola e fare la faccia di chi ha capito tutto. La parola in questione è Catanzaro.

Catanzaro per un avvocato non è solo il capoluogo della Calabria. Catanzaro è un simbolo. Catanzaro è la Mecca del praticante avvocato. A Catanzaro, nel 1997, avvenne qualcosa di molto bello. I commissari d’esame, la mattina di una delle prove, entrarono con un foglio in mano e dissero: “Ora fate attenzione perché non ripeteremo”. E cominciarono a dettare la soluzione del compito. Pensate quante risate si sono fatti quando il 98% dei candidati ha passato l’esame, mentre nella maggior parte del resto d’Italia le teste dei candidati cadevano impietosamente (con percentuali tra il 10 e il 30% di promossi). Furono in 6 su 2.301 a non copiare. Naturalmente furono i meno spiritosi. Perché quando si scherza, è importante fare gruppo. Poi successe che qualche malvolente magistrato mise in piedi un’inchiesta, ma si scoprì presto che anche quello era solo un gioco e all’esito del processo si è festeggiata una prescrizione da tutti attesa e felicemente accolta. In fondo a Catanzaro quella era la tradizione. E, ancora più in fondo, si stava solo giocando. Chi non ha mai sbirciato le carte di quello andato al bagno? Chi non s’è mai aggiunto delle armate sulla Kamchatka mentre gli altri erano distratti? Chi non ha mai mosso un pochino il maglione per stringere la porta quando giocava a calcio ai giardinetti?

Il legislatore, tuttavia, in quel caso se ne ebbe un po’ a male ed orchestrò una soluzione. Oggi, per evitare ingiustizie, si procede così: da ogni sede d’esame, partono alcuni tir che portano i compiti svolti, per esempio, a Roma e li fanno correggere a, per esempio, Bologna. E’ un po’ come se a scuola, invece di mantenere la disciplina durante un compito, si lasciassero gli studenti a fare quello che gli pare e poi si prendessero i temi e si facessero correggere alla professoressa del piano di sotto. E’ evidente che è tutto uno scherzo. Uno scherzo ancora più gustoso se si pensa a quanto può essere professionalmente importante questo esame per un ragazzo che impiega un paio di anni per potervi accedere.

Come si vede, le premesse per divertirsi ci sono tutte.

Ah… quanti ricordi che ho anche io del mio esame.

Ricordo che, alla vigilia, ho dovuto presentarmi insieme a tutti gli altri candidati, con un trolley pieno di codici e una catena, presso la sede della Fiera Campionaria. Dopo cinque ore di coda, ho potuto raggiungere il mio banco all’interno di un enorme capannone e lì ho legato il bagaglio. I candidati, infatti, devono portare all’esame il proprio materiale di consultazione. I commissari d’esame, furbi come lepri marzoline, pretendono, però, di controllare tale materiale affinché nessun furbacchione introduca libri non autorizzati e/o bigliettini e/o note e/o appunti. E allora si deve passare in mezzo a una serie di controlli di questo manipolo di giovani e meno giovani professori/magistrati/avvocati che giocano al sergente controllore, per vedersi approvati i propri codici. Ogni codice ha più di 5.000 pagine. Ogni candidato ha almeno 4 codici. 3.000 i candidati. Che fanno 60.000.000 di pagine da controllare. A rifletterci ora, a mente fredda, sono stato fin troppo pessimista, visto che avevo infilato gli appunti nei calzini. Quello che non ci stava nei calzini, comunque, l’avevo messo in una tasca del trolley che non è stata aperta. Tutto questo avviene il giorno prima dell’inizio dell’esame, quando il candidato è in quello stato d’animo di contagiosa gioia che anima chiunque alla vigilia di una prova e lo spinge a riversarsi in piazza. Chi di noi ha bisogno di concentrarsi, studiare e/o rilassarsi? A noi piace fare una coda di ore, nella Milano di dicembre, per farci perquisire come terroristi legali. E anche tutto questo contribuisce al divertimento.

E poi cominciò l’esame vero e proprio.

Gli epici tre giorni.

Ma quello che ivi avvenne – tra commissari compiacenti, errori nella dettatura dei temi d’esame, carabinieri che sorvegliavano i cessi, tentativi di rimorchio, svenimenti, acrobatici suggerimenti, scene isteriche, allarmi in funzione per ore, ecc. – non lo posso raccontare. Fa parte di quei ricordi personali che noi ex praticanti serbiamo nel cuore tra le cose più care e per i quali non esistono parole.

(Dedicato a N. che ha fatto l’esame sette volte. Poi l’ha passato. E la moglie l’ha lasciato.)

TI OFFRO UN CAFFE’

– Ci mancava solo questo tizio col blog a sputtanare la professione.
– Ma chi? Quello che si lamenta?
– Ma sì, questo sfigato qualunque, senza palle, che guarda te si prende pure l’articolo sul Mondo.
– Questo non vuol dire niente. Sul Mondo ci è andato pure Filippo, dai.
– Non sto a dire, però sai…
– Comunque pare sia di Bonelli…
– Pure?
– Così dicono.
– Ma certo, è evidente, sta pure da Bonelli e allora che non rompesse le palle.
– Un giorno è il capo, un giorno è il collega, un altro è la segretaria… ogni volta ne ha una.
– E tu, Duchesne, sempre zitto, che dici?

– E’ proprio un coglione. Ti sei macchiato la cravatta.
– Ma porca troia. Proprio quella di Les Copains.

IL MATTINO HA L’ORO IN BOCCA

– “Ma come si chiama? Possibile che non mi venga in mente? Bionda, ancora viva. Forse no. Forse è morta. Sicuramente è morta. Forse no, forse è viva però. Come diavolo si chiama?”

Da ore questa domanda occupa completamente i miei pensieri.
Il nome di un’attrice bionda.
Morta.
Ma forse viva.

Mi sono perso in una fantasia: uno stormo di piccioni si leva da Piazza Duomo e si riversa sul palazzo in cui sono rinchiuso. Piccioni inferociti, cattivi. Investono l’edificio con furia inaudita. Spaccano le vetrate. Invadono le stanze. Colpiscono ogni ostacolo sulla loro strada, senza distinzioni, uomini, piante, oggetti, tutto. Un attacco violento, spietato, insensato, che riempirà per giorni le pagine dei giornali. Io, unico sopravvissuto, sarei intervistato nell’edizione delle 20.00 del TG1. Servizio di apertura. Gente alle spalle che saluta la telecamera.

– “Ci dica dottor Duchesne. Ci parli dell’avvenimento, di questa bruttissima esperienza. Ci dica, dottore, com’è riuscito a mettersi in salvo?”, mi sollecita una bellissima giornalista dall’alto di una larga scollatura.
– “Avvocato. Sono avvocato. Ad ogni modo, guardi, dice bene, un’esperienza bruttissima, sconvolgente, una massa di pennuti furibondi, sordi ad ogni ragione, l’edificio improvvisamente sotto attacco. Cocci di vetro, sedie rovesciate. Mi sono tuffato immediatamente sotto il tavolo…”.
– “Esattamente come il film, no? Gli Uccelli”, mi interrompe la superficiale ragazza, e tanto basta per demolire la mia fantasia e insinuarmi questo pensiero fisso del nome dell’attrice bionda – viva, morta, chi lo sa? – della leggendaria pellicola.

Guardo l’orologio.

Le undici passate anche questa sera. Abbandonato sopra una poltroncina in cuoio, mi stiro ed afferro una bottiglietta d’acqua. Mi riempio il bicchiere e lancio un’occhiata tutto intorno. Riconosco la figura di due colleghi. Un giovane avvocato accasciato sopra un divanetto, intento a perquisirsi il naso con una certa maestria e, poco più in là, in piedi, un altro legale, immerso nella lettura di un contratto che gli trema tra le mani. Mi faccio forza. Scrollo la testa per scacciare il torpore e cerco di salvare una scaglia di professionalità e mostrarmi, come loro, affaccendato. Mi infilo anch’io un dito nel naso.

Abbiamo passato le ultime ore rileggendo il documento, distraendoci quel tanto che basta per bere un goccio di Coca Cola Light (calda), verificare se ha cominciato a piovere (no), controllare se qualcuno ci ha mandato un sms (nessuno).

Con me c’è Tiziano, un praticante che ha in faccia l’espressione di uno in procinto di farsela addosso. Prende appunti. Da ore prende appunti. Appena è cominciata la riunione ho pensato: “Ma guarda che bravo questo Tiziano”. Poi, col passare delle ore, considerata anche l’inesorabile caduta di interesse delle cose dette, ho avuto dei dubbi sulla bontà del suo operato: “Beh, ora però sta esagerando”. Ma adesso, che è mezz’ora che siamo in silenzio, comincio ad essere preoccupato.

Immerso nelle mie riflessioni, non mi sono nemmeno accorto che l’avvocato inglese ha smesso di consultare il contratto e mi fissa severo. Sollevo a fatica le palpebre e, con sguardo interrogativo, gli faccio un cenno alzando il mento.

– “Ainidtulaiesuitmaiclaients”, mi risponde laconico.

Preso in contropiede, balbetto Sorry?, unica tra le parole inglesi che ancora riesco a pescare nella mente. L’anglosassone ripete la frase con lo stesso tono e la stessa velocità.

– “Dice che deve parlarne con i suoi clienti”, mi bisbiglia all’orecchio Tiziano, che ha, tutto ad un tratto, smesso di scrivere.
– “Eh…? Ah…! Sì. Sì, l’ho capito, che ti credi?”, dico io, “stavo solo meditando”.

Ma non resta nulla da meditare.

Ho chiesto lo stralcio di una clausola dal contratto. La mia spossatezza è stata scambiata per risolutezza. Il legale di controparte si è fermato a valutare e, mentre il suo collaboratore tirava fuori qualcos’altro di indefinito dalla miniera del suo naso, si è espresso: deve parlarne con i suoi clienti.

La riunione, a questo punto, è chiusa. Mi mostro seccato, accarezzandomi pensoso le guance, ma sto già visualizzando l’attimo esatto in cui sprofonderò in un’oasi di lenzuola e cuscini. Mi alzo di scatto, guardando Tiziano con sufficienza, deciso ad esibirgli, una volta per tutte, le mie solide competenze linguistiche.

– “Ok”, pronuncio con enfasi, rivolto all’avvocato inglese.

Mi volto di nuovo verso il praticante e aggiungo: “Tippi Hedren. L’attrice bionda si chiama Tippi Hedren”.

Tiziano si guarda intorno e sembra controllare l’uscita più vicina.