BEST REGARDS

Mentre Nicola sta cercando di spiegarmi come sono andate davvero le cose al World Trade Center (“Te lo dico io, dietro l’undici settembre c’è una commistione di poteri” “Forti o occulti?” “Assolutamente entrambi”), la porta viene battuta con forza.

– “Ma porca puttana, ma non si può proprio lavorare in questo posto senza essere disturbati ogni due per tre. AVANTI”.

Basito, guardo Nicola che sta ancora sussurrando “e cazzo…” e prego che dietro la porta non ci sia Giuseppe, il mio capo.

Un sorriso smagliante si fa strada al saluto di “Ciao stronzi”.

Si tratta di Achille, un quintale d’uomo, 35 anni, sempre molto sudato.

Achille è nel mio stesso team. Del gruppo, lui è l’avvocato esperto, di rango. Se io, per Giuseppe, sono il bastone della vecchiaia, Achille è il braccio armato. Entrambi ci riteniamo solo due grucce in rovina.

Stronzo è l’appellativo migliore con cui può capitare che si rivolga ad un collega. A’bbello è quello con cui talvolta chiama me, da quando ho confermato a sua moglie, che non ha mai voluto lasciare la capitale per seguirlo a Milano, un improbabile alibi lavorativo per un Natale passato lontano dalla famiglia. Le assicurai, sotto le preghiere e le minacce di Achille, che il marito era bloccato a Milano, su un progetto piuttosto complicato e di notevole delicatezza. Non le dissi che il progetto in questione si chiamava Lyudmyla, ucraina, quarta naturale, riceve in ambiente raffinato, 400 Euro l’ora.

– “Ciao Achille”, saluto senza alzare la testa.
– “Che fate?”
– “Tu che fai?”
– “Me ne vado.”
– “Ecco bravo, levati dalle palle, che stiamo cercando di lavorare.”
– “No, no, bello, nun hai capito. Me ne vado proprio.”
– “E dove vai?”
– “Torno a Roma.”

La frase risuona come un tuono. Alzo gli occhi dal computer e mi fermo a scrutarlo. Achille resta sulla porta. Mi guarda serio.

– “Ok, spara la cazzata”.

Nessuna cazzata.

Dopo sei anni di collaborazione professionale con lo studio, centinaia di pasti consumati insieme sviluppando piani criminali con fuga in Venezuela (“dove un criminale può ricostruirsi una vita senza però rinunciare al crimine”), innumerevoli notti trascorse a sorreggerci a vicenda inventando nuovi maledizioni su santi del calendario poco considerati, Achille lascia.

– “Perché?”, domando, provando già una certa nostalgia.
– “Luisa.”

Da tempo mi ha confessato che il suo matrimonio è in difficoltà, incomprensioni, lontananza, solitudine. La situazione, però, sembra essersi aggravata ora che la moglie ha cominciato a dare quelli che Achille chiama segni de squilibrio assoluto, ASSOLUTO.

Vuole rifarsi il seno.

– “Sempre stata tarmente piatta che ce potevo giocà al curling. Piatta. ‘Na lastra. E mo’ che vole, Madonna mia? Bello mio, qua si sta sgretolando tutto. Tutto. C’ho pensato, io è mesi che ce penso. Giorno e notte. E mo’ basta, Ho comunicato la decisione. Torno a casa.”

Mi fermo a pensare, senza trovare parole buone da dire. E’ Achille che, come un fiume in piena, decide di approfondire la situazione.

– “Sta cambiando, Duchè. Sta cambiando.”
– “Ma che dici, Achille? Non ci pensare ora. La tua è un’impressione. Solo questo. Lascia stare, non farti venire pensieri strani. Hai fatto la tua scelta? Perfetto, ora torni a Roma. Vedrai che riesci a sistemare tutto. E’ questione solo di ritrovarsi, di riprendere in mano il rapporto, di stare vicini. Su, dai.”
– “Non me lo succhia più.”
– “Achille, sei disgustoso.”
– “Aho’, sta a parlà Giovanni Paolo. Disgustoso. Senti come lo dice, di-sgu-sto-so.”
– “Achille, cazzo, stai parlando di tua moglie. Almeno abbi un minimo di ritegno. Non ti sto chiedendo di recitarmi Petrarca.”
– “Appunto. Dimme te, da chi devo farmelo succhiare, se non da mi moje?”
– “A parte che tu te lo vorresti far succhiare da tutto l’elenco telefonico dell’Est europeo, almeno le performance con tua moglie me le puoi risparmiare o chiedo troppo?”
– “Ok, ok, te le risparmio.”
– “Eh. Grazie infinite.”
– “Fatto sta che non me lo succhia più.”
– “Vaffanculo.”

Ad interrompere la discussione interviene Valentina, la mia segretaria, che, provvidenzialmente, irrompe nella stanza. Giuseppe vuole parlarmi. Immediatamente. Accolgo quello che di solito sarebbe un biglietto di sola andata per l’inferno come un invito ad una cena di gala e mollo Achille nella stanza.

– “Poi riprendiamo il discorso”, decreta.
– “No, no, non ne voglio sapere niente. Parlane con Nicola. Io mi chiamo fuori.”
– “Ma Nicola è gay. Vero Nicola?”

Mentre Nicola, paonazzo, scaglia un’arancia contro Achille, esco di corsa dalla stanza.

DE GUSTIBUS

Ho deciso di scrollarmi di dosso questa reputazione di solitario che mi sto – del tutto inconsapevolmente – costruendo (“Duchesne, mi stai diventando asociale” “Eh, ma che asociale che sei, Duchesne” “Duchesne, che ore sono?” “Ho lasciato l’orologio a casa” “Proprio un asociale”). Le cose non stanno proprio così. E’ vero che amo passare le pause pranzo mangiando una focaccina con le olive mentre cammino da solo guardandomi le punte delle scarpe, ma se questo vuol dire essere asociali…

In ogni caso, quando un tizio che credo si chiami Giacomo stamattina è passato nella mia stanza a chiedermi “Pranzo?”, ho deglutito e ho risposto “Ok”. Mi ha fissato e mi ha detto: “Allora alle eunquarto giù”.

Io alle eunquarto sono il primo ad essere giù. Ne arrivano, evangelicamente, altri quattro (il tizio che credo si chiami Giacomo, Francesco, Filippo e Giovannino) che stanno litigando.

– “Panino. Deciso.”
– “No, panino deciso un cazzo, ci sediamo.”
– “No, no, pure io panino. Mezz’ora al massimo che c’ho quelli di Chiomenti sul collo.”
– “Ok, tutti panino.”
– “Tu stai zitto con quella cravatta di merda. Ma dove l’hai presa? All’Oviesse?”
– “Ma sentilo, parla quello con la pochette. E chi sei? Berlusconi?”
– “Ecco, ragazzi, però non buttiamola in politica.”

Nessuno mi chiede un parere. Ma a me il panino va anche bene. Me lo mangio camminando, me ne sto defilato, penso ai fatti miei. Questo sto pensando quando arriviamo davanti alla vetrina del bar. Il famigerato Bar G.B.

Le facce fameliche di uno sciame di professionisti seri si schiaccia sul vetro che separa l’uomo dal panino. Gli occhi si scrutano. Le bocche lanciano morsi all’aria. Le mani sono levate al cielo. Metà di esse stringe un black-berry. Alcuni indicano, altri prendono, altri semplicemente si agitano. Giovannino mi dà dentro di gomito e mi dice: “Oh, qui i panini sono speciali. E’ pure segnalato dalla guida Michelin”. Ora, a parte che quando mangio un panino per me può esserci dentro qualsiasi cosa ma sempre un panino rimane. E poi a me basta un po’ di mortadella. Invece quello che sento mi sembra così complicato.

– “Ma questo panino cosa c’ha dentro?”
– “Breasola di cavallo, lattughino del Piemonte e salsa faraunette
– “Uhm… può aggiungermi del pomodorino di Falcetto?”
– “Ma certamente. Il pomodorino per il signore. Magari anche una punta di logliolo, se le va.”
– “Ottimo il logliolo.”
– “Glielo scaldo?”
– “Assolutamente. Io intanto mi metto un attimino in conference.”
– “E a lei, signorina, cosa do?”
– “Avete zampe di scimmia?”
– “Col pane arabo.”
– “Ne prendo tre.”

Non capisco. Non capisco nulla. Mi guardo intorno. Cerco Giovannino. Lo vedo a suo agio che saltella per farsi vedere al di là del banchetto. Ogni tanto, ricadendo, finisce col mento contro il gomito di un ragazzo che sopporta pazientemente. Comincio ad urlare anch’io.

“MORTADELLA MORTADELLA.”

Una ragazza con un cappottino di mucca mi squadra inespressiva e scuote la testa. Riprendo.

“MORTADELLA MORTADELLA.”

Una strana adrenalina mi entra in circolo. Prendo confidenza nelle mie possibilità, guadagno posizioni, procedo verso il banco al grido di “MORTADELLA MORTADELLA”.

– “Cosa le do?”
– “MORTADELLA MORTADELLA.”
– “Mortadella non ce l’ho.”
– “MORTADELLA MORTADELLA.”
– “OH, MI ASCOLTA? NON-CE-L’HO.”
– “Ah, mi scusi. Tacchino.”
– “Col tartufo?”
– “Se è necessario.”
– “Lo è.”

NICOLA

Michele Zarrillo canta una canzone che fa così: “Cinque giorni che ti ho perso quanto freddo in questa vita ma tu non mi hai cercato più troppa gente che mi chiede scava dentro la ferita e in me non cicatrizzi mai faccio male anche a un amico che ogni sera è qui gli ho giurato di ascoltarlo ma tradisco lui e me perché quando tu sei ferito non sai mai oh mai…”. La so fino a qui. Quando sento il vibrato di oh mai urlo BASTA PORCO GIUDA e il mio compagno di stanza si zittisce e fa l’offeso. Ma poi, dopo un paio di minuti: “Cinque giorni che ti ho perso quanto freddo in questa vita…”.

In questo periodo, Nicola – così si chiama il mio compagno di stanza – non ha molto da fare. Alle volte ho l’impressione che lo stiano isolando (qualcuno direbbe mobbizzando, ma credo che nessun giudice riconoscerebbe un caso di mobbing in capo ad un ragazzo che interpreta Michele Zarrillo con tanta passione), dicevo, lo stiano isolando per farlo fuori. Nicola, dal canto suo, non sembra preoccupato. Verso le 8 e un quarto si infila la giacca, mi guarda e dice: “E’ un periodo un po’ di crisi questo per il mercato. Operazioni ne entrano poche. L’orso lo chiamano gli americani. Va beh, vado a casa”.

Giornate così, quando non canta, le passa impiegandosi in passatempi di ogni tipo: la griglia 10×10 dove inserisce i numeri da uno a cento a distanza di due caselle se in orizzontale o in verticale, una casella se in diagonale; fa le ranocchie con i post-it e me le fa rimbalzare sulla scrivania; cambia la suoneria del telefonino chiedendomi cosa ne penso di ogni squillo (ma tanto poi sceglie sempre la suoneria techno); legge i forum degli adolescenti con problemi sessuali; chiama sua mamma a Prato.

La sua ultima passione è l’imitazione.

Oggi, dopo che sono stato ripreso da Giuseppe, il mio capo, per avere sbagliato la giustificazione di un paragrafo della clausola 4.5 del contratto firmato in dicembre (“Vedi, Duchesne, cosa diresti se tu comprassi una macchina che, per carità, funziona, corre e romba, ma ha i tergicristalli tutti storti?”), Nicola mi ha domandato:

– “Lo usi quel tovagliolino?”
– “No. Era del pranzo, prendi pure.”
– “Grazie.”

Qualche secondo dopo mi chiama.

– “Duscesgne.”

Alzo gli occhi. Li sbarro. Ha le guance tutte gonfie e dagli angoli della bocca gli spuntano due lembi bianchi.

– “Sciao. Sciono il padrino. Ti farò una proposhta che non poschrai rifiutare.”

Ecco, a questo punto, non so se sperare che lo caccino via davvero. Ma più per lui, che per lo studio.

HOLIDAYS REPORT (in bullet point)

    • Lunedì 24 Dicembre

E’ la vigilia di Natale. Si lavora fino alle 15/15.30. Valentina, la mia segretaria, mormora We wish a Merry Christmas mentre rilega una bibbia. Nell’atrio, le centraliniste stanno smontando le decorazioni. “Ma come? Natale è domani.” “Sì, ma noi andiamo in ferie oggi e poi questa roba resta qui fino al sette”. Una serie di strani individui sfila nella mia stanza a farmi gli auguri. Stringo la mano a perfetti sconosciuti. Credo siano colleghi. Noto che, quest’anno più degli altri, ne sono cambiate di persone qua dentro. Scambio un fattorino per il nuovo ragazzo dell’employment e gli chiedo in che studio lavorava prima. Mi dice: “Stavo in Bergetti Export. Trasportavo bestiame”. A questo punto spero solo che il tizio a cui ho dato da portare un pacco in posta non fosse proprio il ragazzo nuovo dell’employment.

    • Martedì 25 Dicembre (ovvero Natale in casa Duchesne)

Personaggi:

Il nonno – Nella parte del Nonno
La mamma – Nella parte della Mamma
Il papà – Nella parte del Papà
La sorella Claudia – Nella parte della Sorella Claudia
Il fidanzato Mario – Nella parte del Fidanzato della Sorella Claudia
Duchesne – Nella parte dell’Insopportabile Duchesne

– “Duchesne, vuoi venire a tavola, che si fredda tutto?”
– “Eccomi, arrivo.”
– “Ma cosa voleva quello al telefono?”
– “Ma niente, che gli mandassi il mark-up di un documento.”
– “A Natale?”
– “Ma no. Domani.”
– “Cos’è il maltàp?”
– “Nonno, mark-up. Comunque lasciamo perdere.”
– “Guarda che non sono rincoglionito. Se mi spieghi, capisco. Guarda che io lavoravo quando tu ancora ti pisciavi addosso.”
– “E’ un documento su cui si è lavorato in modo che tutte le modifiche rimangono evid…”
– “Sì, sì, ho capito, non mi interessa.”
– “Guarda, nonno, se tu sapessi quanto mi fai incazzare quando fai così…”
– “Duchesne, lo sai che Mario andrà a lavorare in Norvegia?”
– “Ah.”
– “Lo pagano tanto. Diglielo Mario.”
– “No, Mario, non dirmi nulla. Non me ne frega niente.”
– “Duchesne, sei veramente cafone. Scusalo Mario. E’ un periodo che è sempre così.”
– “No, Mario, davvero scusami, non intendevo offenderti. Ma oggi vorrei non sentire parlare di lavoro. Soprattutto di lavoro migliore del mio.”
– “Lo so. Claudia mi ha raccontato che hai delle difficoltà ultimamente.”
– “Io non ho nessuna difficoltà.”
– “No, no, certo.”
– “Claudia, ma tu che ne sai, dai? C’hai ventisette anni, non fai un cazzo tutto il giorno e il massimo dei tuoi problemi è abbinare la borsa coi guanti.”
– “Duchesne, lascia stare tua sorella.”
– “Mamma, lascialo dire, la sua è tutta invidia.”
– “Ma invidia di cosa? Dai, dai, taglia l’arrosto a Mario che lo vedo in difficoltà.”
– “Ecco, Duchesne, visto che mi tiri in ballo. Io non vorrei interferire nel rapporto tra te e tua sorella, ma ti ricordo che Claudia è anche la mia fidanzata.”
– “Mario. Pensa alla Svezia.”
– “Norvegia.”
– “Norvegia.”
– “Duchesne, ma sei incredibile.”
– “Grazie, mamma.”
– “Duchesne, ce l’hai la morosa? Mi dice tua madre che comincia ad essere preoccupata.”
– “Mamma, ma che cazzo vai in giro a dire?”
– “Duchesne, le parole.”
– “Scusa papà. Mamma, allora?”
– “Lascia stare tua madre, rispondi a me.”
– “Nonno, sarebbero anche fatti miei, non credi?”
– “Ma Eleonora? Non la senti proprio più?”
– “Per piacere, mamma.”
– “A me piaceva.”
– “Sì, pure a me. Il problema è che io non piacevo più a lei.”
– “Certo che non le piacevi più, guarda cosa sei diventato. Ah ah ah.”
– “Dai, nonno, lascialo stare.”
– “Nonno, vuoi che ti nasconda la dentiera? Così poi vedi come riesci a fare il simpatico.”
– “Porta rispetto, ragazzo, a chi è più vecchio di te e passami l’arrosto.”
– “No, adesso stai fermo lì e aspetti.”
– “Duchesne, passa l’arrosto a tuo nonno.”
– “Non ci penso neanche. Ho contato, ha già preso quattro fette.”
– “Ma ce n’è dell’altro in cucina.”
– “E’ una questione di principio.”
– “Duchesne. Sei veramente odioso, cazzo.”
– “Claudia, le parole.”
– “Scusa papà. Però è veramente un bambino.”
– “Non posso darti torto.”
– “Grazie papà.”
– “Di niente, figliolo.”
– “Duchesne, apri la bottiglia che ha portato Mario.”
– “Mamma, ma mi fai mangiare in santa pace? L’ha portata Mario? Falla aprire a Mario.”
– “Dia pure a me, signora.”
– “Grazie Mario. Sei veramente un tesoro.”
– “Nessun problema. Oggi Duchesne deve avere i suoi pensieri.”
– “Mario, ma ti fai un po’ i cazzi tuoi?”
– “Duchesne. Le parole.”

Ad libitum

***

I miei genitori mi hanno regalato una cyclette. Dice mia mamma, punteggiata da mio papà:

– “Ti lamenti che non fai mai movimento.”
– “Già”
– “Ti basta una mezz’oretta al giorno.”
– “Già.”
– “E ora dove stai andando?”
– “Figlio, esci dal bagno. Tua madre ti sta parlando.”

    • Mercoledì 26 Dicembre

Vado al cinema da solo.

Tutto qui.

Mi sembra abbastanza.

    • Giovedì 27 Dicembre

Sono al lavoro. C’è aria di festa. Nessuno dei capi in studio. Camminiamo nei corridoi scambiandoci le occhiate tipiche di chi la sa lunga. Alle 19.30 siamo tutti intorno ad un tavolino del Beverin, in Brera. Due sono le frasi che annoto.

Il mio compagno di stanza osserva:

– “Uh, come siamo usciti presto.”

Antonio, un avvocato sposato ad una collega, racconta:

– “Mentre facevo l’amore, mi ha chiesto ma tu credi che Michele lo faranno partner?”
– “Non ci credo. E tu cosa le hai risposto?”
– “No, troppo poco immanicato.

Penso che mancano due giorni alle ferie.

    • Venerdì 28 Dicembre

Approfittando dell’assenza in studio di professionisti di rilievo, tutti dispersi sulle piste, realizzo un sogno, raggiungendo la macchinetta del caffé direttamente con la sedia con le rotelline. Sulla strada del ritorno un imprevisto buco nella moquette vede il rovesciamento di parte del caffé. Si festeggia comunque il successo. Giovannino, cui racconto l’episodio, dice: “Oh, la prossima volta chiamami che lo facciamo io seduto su di te”.

Penso che manca un solo giorno alle ferie

    • Sabato 29 Dicembre

Cominciano le ferie.

Ho la febbre.

    • Domenica 30 Dicembre

La febbre è salita. Trangugio due Tachipirine col Bacardi 7. Alla televisione una renna sta insegnando ad un bambino l’amore per il prossimo. La renna somiglia molto a Giuseppe, il mio capo, quando mi dice “Ecco, Duchesne, mi raccomando. Noi… siamo professionisti. Noi… non puoi sbagliare”. Spengo la televisione.

    • Lunedì 31 Dicembre

Parto per la montagna.

La festa tra amici che preferiamo stare tra di noi altro che discoteche che paghi una cifra e nemmeno ti diverti è il solito copione che recito con piacere. Le ragazze si danno da fare per preparare portate, apparecchiare la tavola, giocare alla massaia sexy. I ragazzi bevono, mangiano i salamini e commentano le scollature. Ho perso il conto di chi, negli anni passati, ci abbia provato con chi. Non è importante. Ogni anno si fa tabula rasa e si ricomincia da zero. Sul lettore si passa da Madonna agli Abba, risalendo fino a Gianni Morandi e Rita Pavone. Su quando la banda passò abbozzo un ballo che ricorda da vicino un uomo fustigato per una colpa che non ha commesso. Alle 23.35 sbadiglio per la prima volta. Alle 23.57 mi accorgo di essermi assopito. A mezzanotte, contro la mia volontà, mi scopro a dire frasi come “buon 2008” “buon anno” “ehhhhhhh”. Quando parte il trenino sono in bagno, credo mi sia tornata la febbre. Poco dopo l’una, fisso il seno di un’amica con una certa perseveranza. Alle 2.15, sento salire la sbronza triste. Scrivo un messaggio ad Eleonora, la mia ex: “Auguri. Non dovrei dirlo, ma mi manchi. Ricordi Barcellona?”. Lo rileggo. Ma che gran bel messaggio. Premo invia. Mi pento subito. Spengo immediatamente il telefonino, sperando di bloccare il massaggio. Lo riaccendo. Controllo tra i messaggi inviati. Inviato. Mi addormento di nuovo.

    • Martedì 1 Gennaio

Un messaggio mi informa: “Credo che abbia sbagliato numero. In ogni caso, auguri anche a lei.”

Mi sbagliavo anche ai tempi. Ricordo il numero di Eleonora a memoria, ma non ricordo mai il prefisso. 347 o 348. Per me rimane sempre la stessa lotteria.

Rispondo.

“Mi scusi. Ha ragione. Auguri e scusi ancora.”

Ricevo un nuovo messaggio.

“Le succedeva anche un paio di anni fa. :-)”

Digito “Vaffanculo”. Lo cancello. Spengo il telefono.

Buon Anno.