NEL CASO, CONSULTARE IL PROPRIO MEDICO

– “Insomma, non t’è piaciuto.”
– “Non è che non mi sia piaciuto. Ma non è neanche che mi abbia fatto impazzire. Per dire, il sushi era troppo freddo e poi c’era questa zuppa di miso… poco zuppa, se capisci cosa intendo.”
– “Sì, come dire… poco zuppa.”
– “Esattamente.”
– “Ma chi eravate?”
– “Quasi tutti del finance.”

Questa è la conversazione che ho appena avuto con un Giovannino. E’ passato dalla mia stanza. Ha detto che era sicuro di trovarmi. Gli ho chiesto E perché? Lo dici che sembra che sono sempre qui. Lui ha detto E no?. E poi ha voluto un giudizio sul suo nuovo maglioncino arancione. Gli ho rubato l’espressione di sopra e ho detto Non che non mi piaccia, ma non è neanche che mi faccia impazzire.

E’ domenica mattina. A Milano è una gran bella giornata. Si lavora bene quando è una bella giornata a Milano. E io devo lavorare parecchio. Sono responsabile di una nuova operazione: una quotazione. Non ho mai seguito quotazioni. Sono andato sul sito della Borsa Italiana. Ho stampato un manualetto. L’ho letto in dieci minuti. Ora sono uno specialista di quotazioni. Questo almeno è quello che ha sostenuto Giuseppe.

Così vedi anche se ti piace questa branca del diritto, che è importante non cristallizzarsi solo su alcuni segmenti, sempre gli stessi.

Io a Giuseppe ho detto subito che lo so già che quella branca a me non piace, perchè per un attimo avevo pensato che davvero lui lo stesse facendo per me. Lui ha risposto su su alla fine si tratta solo di fare un prospettino. E questo sarà io mio lavoro fino a giugno. Fare un prospettino. Il prospettino è il prospetto informativo di 300/350 pagine, che deve accompagnare l’ingresso della società sul mercato, quello nominato nelle pubblicità Prima di aderire leggere attentamente il prospetto informativo.

Ecco. Questo è il motivo della mia latitanza da queste parti. La scrittura di un prospetto informativo da leggere attentamente prima di aderire. Credo che fino alla chiusura di questa nuova operazione l’aggiornamento del blog, che cercherò comunque di portare avanti, avverrà in maniera meno regolare, come sta succedendo. In compenso, in tutte le banche, a giugno, sarà presente il mio prospetto informativo. Corro a prenotarne uno per mio nonno. Ne sarà orgoglioso.

Saluto Giovannino.

– “Senti, ma oggi devi lavorare fino a tardi?”, chiedo.
– “No, non tardissimo.”
– “Però un po’ tardi sì.”
– “Sì, un po’ tardi sì.”

P.S.: Vorrei davvero lasciare un ringraziamento a tutti quelli che leggono, commentano e discutono. E’ bello vedere che questo blog può essere interessante anche e soprattutto a prescindere dai miei interventi.

O MUTOS DELOI OTI…

Sono di nuovo a Londra.

New documents, new documents hanno detto lunedì gli inglesi. New documents il cazzo ha detto Giuseppe, io adesso ho bisogno di te qui a Milano, con questi ci parlo io. E si è chiuso nella sua stanza a parlarci lui con il cliente. Mi ha raggiunto un paio di ore dopo e mi ha detto in effetti ci sono dei nuovi documenti e se ne è andato. Giuseppe ci rimane sempre molto male quando i clienti abusano delle risorse di cui vorrebbe abusare solo lui.

Io, comunque, mi sono trovato martedì mattina di nuovo su un aereo, a fianco di un tizio che al telefono diceva certo che anche la business class è ben ridicola al giorno d’oggi. Io gli ho fatto presente sottovoce che eravamo in economy perché mi sembrava davvero deluso, lui mi ha guardato molto male e ha continuato a lamentarsi.

Sembrava la solita trasferta, finché ho conosciuto Georg.

Georg è un avvocato austriaco che vive qui a Londra. Era appostato al computer a fianco al mio. Un’immagine piuttosto divertente. Visto che rispetto a settimana scorsa la data-room era zeppa di professionisti, lo spazio a nostra disposizione era piuttosto limitato: ognuno guardava il PC a lui assegnato, su cui erano caricati i documenti, digitando gli appunti sul proprio laptop appoggiato sulle ginocchia. Tutti nella posizione di qualcuno sul gabinetto che scopre troppo tardi di non avere chiuso la porta e non può che rannicchiarsi.

Tutti tranne Georg.

Georg è il classico austriaco biondo e mascellone, alto quasi due metri. Se ne stava seduto a gambe larghe, rilassato, sorridente, senza PC sulle ginocchia. Ho pensato ecco questo idiota che s’è dimenticato il computer a casa e ora dovrà scrivere tutto a mano, eh eh eh, pirla, mi sono sentito furbo e mi sono stretto sulle ginocchia. Georg ha tirato fuori una sorta di registratorino e s’è messo a leggere tutto ad alta voce. Un dittafono, mi ha spiegato. Lui legge quello che gli serve, lo ripete, lo registra e sarà la segretaria a battere ed ordinare il materiale (“o un praticante”, ha aggiunto e ha riso forte, che tutti si sono voltati scocciati, ma Georg li ha fulminati uno per uno). Georg ha passato metà giornata a parlare senza che nessuno abbia mai osato dirgli nulla, poi nel primo pomeriggio si è alzato e se ne è andato. Mi ha chiesto have you plans for dinner? . Ho detto Uhm no. Ok, I’ll take care of you, ha detto lasciandomi il suo biglietto da visita.

Ci incontriamo alle nove.

Prendiamo un taxi e dopo una mezz’ora ci troviamo in una zona che ha i tratti del sogno. Ci sono solo neri, capannelli di ragazzi che fumano, ragazzini seduti sul marciapiede, due vecchi che litigano e sputano a terra. Da alcune abitazioni arriva musica altissima. Alcune luci al neon indicano la presenza di locali là dove a me sembra ci siano solo gabinetti. Dico a Georg che sembra Harlem non sarà pericoloso?. Non esattamente Harlem, risponde, ad Harlem ormai non ti fanno più niente. E’ un quartiere giamaicano, mi spiega, fuori dalle solite mete e mi trascina dentro a uno di questi locali ricavati in cucine d’appartamento. Mi ritrovo seduto di fronte a una parete piastrellata, stringendo qualcosa che a me sembra kebab, ma Georg mi dice di non chiamarlo così e si guarda in giro che nessuno abbia sentito.

Nelle successive due ore, tra una birra e l’altra, sotto le occhiate feroci che quasi tutti gli avventori lanciano nella nostra direzione, con la musica di un certo Lee “Scratch” Perry (me lo sono fatto scrivere), Georg mi ha raccontato di sé.

Georg è un personaggio incredibile.

Georg ha un sacco di interessi e di passioni.

Mi parla dei suoi miti, gente fatta di intuizioni, John Lennon, Steve Jobs, il Dr. Scholl. Mi dice che sta valutando la possibilità di aprire una serie di Bed&Breakfast nel Nord-Europa. Mi confida alcuni itinerari di viaggio che ha intenzione di fare. Mi racconta che sta lavorando a un disco spoken-word su basi electro-jazz con suo amico del liceo, famoso nel circuito underground berlinese. E poi locali, persone, libri, pensieri, obiettivi.

Lo ascolto estasiato. Seguo a bocca aperta tutto quello che dice come quando ascoltavo mio nonno raccontarmi la fiaba del fagiolo magico (quella dove un orco che non faceva che starsene tranquillo nella sua casa tra le nuvole veniva prima derubato e poi ammazzato da un bambino che comunque avrebbe vissuto felice e contento). Mi sento illuminato. Penso che Georg è un avvocato. Anch’io sono un avvocato. Forse nulla è perduto.

Georg a un certo punto mi dice che sta pure scrivendo un romanzo intitolato Quando suonarono al citofono, stavo mangiando un’ananas. Io chiedo Davvero? . Georg mi fissa. Aspetto una risposta, rapito. Beve un sorso di birra, poi dice che no, che sta scherzando. Ma potrei farlo, aggiunge. E scoppia a ridere. Scoppio a ridere anch’io e penso che Georg è veramente un tipo straordinario. Improvvisamente, però, mi sorge un dubbio che avrebbe dovuto sorgermi già da un po’. E chiedo: ma Georg, fammi capire, ma il Bed&Breakfast, il disco, tutti questi progetti, idee, cose… come fai con il lavoro, vuoi dirmi che c’è una soluzione?

– “Ah ah ah. Il lavoro… Il lavoro non è più un problema. Questa è la mia ultima operazione. Mi trasferisco a Copenhagen a maggio, raggiungo un amico in una società di consulenza pubblicitaria… Ah ah ah…”

Mi fermo. Lo guardo fisso. Prendo la birra e butto giù l’ultimo goccio. Mi alzo.

– “Senti, Esopo. Andiamo. S’è fatto tardi e domani alle otto io devo stare in data-room.”

Che a me le storie con la morale sono sempre venute a noia presto.

MANCHI SOLO TU

Sono stato in trasferta a Londra.

Con questa, a Londra ci sono stato otto volte. “Duchesne è bella Londra, eh?” “E’ bella sì”, dico io. “Porca vacca se è bella”, aggiungo muovendo su e giù la testa come se avessi molto freddo. Poi aggiungo “Certo che Mastella però, cioè, insomma, eh…”, giusto per cambiare discorso. Perché io Londra non è che l’ho vista bene. Anzi.

Prima di partire, mi compro ogni volta una guida nuova (ho la Lonely Planet, la Clup Guide, la Touring Club, la Routard, e anche una piantina disegnata con la penna rossa da Eleonora, la mia ex, con l’indicazione di un negozio che vende borsette particolari coi brillantini, che non riuscii a comperarle) e mi butto giù un percorso notturno di visita, da seguire una volta completati i doveri professionali. Poi, però, tutto va sempre in un altro modo. Salgo su un aereo. Atterro. Prendo un taxi. Finisco in un albergo con i gabinetti più grossi del mio salotto. Faccio colazione coi salamini e il formaggio gommoso. Entro in qualche sala riunioni. Ci sto dentro per un paio di giorni. Ritorno in albergo. Riprendo l’aereo. Torno a casa.

L’abbazia di Westminster, il Big Ben, Kensington Palace, il Tower Bridge, la Tower of London, Buckingham Palace, Piccadilly Circus, io li ho visti dal taxi, una volta che ho deciso di farmi scorrazzare a spese di una nota società attiva nel campo dell’energia. Il taxista era turco. Mi invitò anche a casa. Devo essergli sembrato molto simpatico. O forse molto stupido e voleva finire di rapinarmi con tutta tranquillità.

Questa volta però sono partito ottimista. Quando Giuseppe mi ha detto che si trattava di partecipare a una due diligence di livello globale con professionisti da studi illegali di ogni parte del mondo – ognuno a rivedere la propria parte (“Quei tre o quattro contrattini che tu, Duchesne, te li mangi a colazione” “Ma cosa i contrattini?” “Ma no, i colleghi. Ma anche i contrattini”) – ho pensato che mi cascava proprio bene. Orari d’ufficio e, chiusa la data room, un giro per la capitale. Questa volta salgo pure sul London Eye, mi sono ripromesso, mettendo la macchinetta fotografica nel trolley.

Ora, devo aprire una piccola parentesi per coloro che non hanno molta confidenza con certe pratiche contro natura come le due diligence. Già stare seduto dieci ore in una stanza a rivedere carte su carte, contratti su contratti, e segnare in una tabellina le parti, la data, l’oggetto, la durata, la change of control clause, il recesso, la clausola arbitrale, non c’è la firma, manca una pagina, dov’è la macchinetta del caffé, mi chiama uno psicologo, non era forse l’obiettivo che mi prefiggevo quando passavo le giornate a studiare in Sala Crociera.

Oggi, tuttavia, il sistema è stato addirittura modernizzato. Per evitare di doversi recare tutti nel luogo dove sono depositati i documenti d’analizzare, tali documenti vengono scannerizzati e immessi in una stanza virtuale cui si accede con apposita password. Io lo scoprii tre anni fa, un giorno che stavo partendo per Parma e fui bloccato da Giuseppe che ero già quasi in stazione. Giuseppe aveva inteso che la data room virtuale (così si chiama il sito in cui vengono caricati i documenti) fosse virtuale perché c’erano pochi documenti.

– “Ma pensa ai vantaggi”, disse Giuseppe, “massima sicurezza, massima privacy, si può procedere alla revisione direttamente dal proprio computer senza trasferirsi a Parma, anche se a Parma devo dire che c’è un bel movimento di… eh eh eh… comunque… non si è costretti a sospendere il lavoro quando la data room chiude, si può andare avanti ad oltranza, anche di notte se poi uno vuole, e a noi che ce ne frega, siamo liberi professionisti, mica abbiamo da timbrare il cartellino, con risparmio incredibile sulle tempistiche e sulle spese del cliente.”

– “Non ho capito bene i vantaggi.”

Nulla. I vantaggi erano fondamentalmente quelli: passare quattordici ore fissando sullo schermo del PC una mole di documenti scannerizzati, ma il cui originale era al sicuro a distanza di centinaia quando non migliaia di chilometri. Beh, in effetti, ho detto, è ben sorprendente. E poi sono diventato triste. Passai tre o quattro giorni in ufficio a riveder contratti, con i piedi appoggiati sul trolley.

Fatta la premessa, ora sarà più comprensibile quanto il progresso segua strade particolari.

A Londra sono stato chiuso in una stanza con un PC preparato apposta per me su cui erano stati caricati tutti i documenti.

– “Ma porca puttana” ho esordito in italiano e poi ho continuato in inglese “ma non potevo starmene a Milano, allora?”

Mi hanno spiegato che il sistema presenta delle falle, ci sono stati alcuni avvocati che hanno pensato di essere i più furbi e sono riusciti a stamparsi i documenti e via a vanificare gli sforzi di chi ha fatto tanto per scannerizzare pagina per pagina migliaia di documenti nel nome della riservatezza, che oggi invece girano per gli studi come fossero volantini di un outlet, alla faccia sempre della riservatezza. “A parte” ho detto io, “che voi date troppo peso a questa storia della riservatezza che io mi chiedo a chi gliene frega del vostro statuto, ma chi, chi può avere fatto una cosa del genere?” e intanto pensavo a Sodarini, il nostro tecnico IT, che mi ha aiutato tante volte a violare il sistema nel corso di precedenti due diligence, tanto che pure Giuseppe, interessatosi al fenomeno, ha detto “deve ancora nascere il computer che mette nel sacco l’avvocato, ah, Garry Kasparov la tua lezione non è stata vana”. E pure io avevo sorriso.

E mentre ricominciavo a sorridere, gli inglesi mi hanno spiegato che comunque anche questo sistema aveva dei vantaggi e hanno ripreso la solfa della privacy, della confidentiality, del fermarsi anche la notte volendo. E ho smesso immediatamente di sorridere.

Sono stato tre giorni a Londra e ho visto atti costitutivi, contratti, documentazione di employment, finanziamenti, IP, tutto. La sera prima di partire sono sceso a fare il check-out. Mentre la receptionist calcolava il numero di pacchetti di noccioline che ho fatto fuori, come sempre ho preso una cartolina, una di quelle distribuite dagli alberghi con una foto di qualche monumento e sotto le cinque stelle e il nome dell’hotel. Ho scritto saluti da Londra e ho chiesto alla ragazza di farla inviare.

Non vedo l’ora che arrivi. Mi piace ricevere la posta. Su questa cartolina, poi, c’è il London Eye.