DEMERGER (CON ACQUISITION)

Nicola, come compagno di stanza, non è affatto male.

E’ come un’appendice, un condizionatore che emette un sibilo leggero, una pianta grassa che non ha bisogno d’acqua, un quadro che, anche se pende storto, fa colore. E’ un ragazzo taciturno, spigoloso. Mi è piaciuto subito, fin da quando tre anni fa, mentre prendevo posto per la prima volta alla scrivania di fronte a lui, mi ha detto solo ciao sono Nicola quel faldone lì sopra è mio poi te lo sposto. Quel giorno non ha detto più nulla. E neanche il giorno dopo. Il terzo giorno sono stato io a parlare. Senti, lo metto a posto io il faldone, ok?. Ok, ha risposto lui.

A saperlo prendere, però, col tempo mi ha regalato diversi piccoli grandi momenti.

Una volta l’ho scoperto seduto sul gabinetto del bagno grande. Ho aperto la porta sovrappensiero e l’ho trovato seduto, con lo sguardo fisso sulle piastrelline, che pensava a chissà cosa. Scusa, ho detto, mettendomi un braccio davanti agli occhi. Poi ho tolto il braccio e sono rimasto a guardarlo. Nicola stava seduto un po’ di sbieco per coprirsi, con le gambe strette, e mi ha detto vuoi chiudere. Beh, Nicola, gli ho fatto presente, però non si fa così, devi fare attenzione, se fosse entrata Valentina (Nicola ha po’ un debole per Valentina, la mia segretaria). Nicola è diventato rosso e ha detto chiudi cavolo. Io allora mi sono allontanato, lasciando aperto. Per ridere. Più tardi, tutto arrabbiato, mi ha detto che aveva dovuto alzarsi, chiudere e risedersi. Era uno scherzo dai, ho cercato di alleggerire. Non mi ha parlato una settimana intera.

Un’altra volta ha messo in vivavoce ed ha chiamato suo papà imitando la voce di Pierpaolo, il ragazzino degli Squallor, rifacendo alla meglio la cadenza napoletana. Casa Baratti Borotti Baratti Boffa? Ti ho beccato, facevi dire dalla segreteria telefonica che non c’eri e invece ci sei e ora ti volevo dire mi servono cinquanta milioni di dollari che qui a Milano si spente pesanta, pesanta, pesanta… Suo padre ha messo giù quando Nicola stava dicendo no, non state in pensiero per me ch’a io mi diverto sempre ch’a faccio paura. Mi è sembrato che dicesse qualcosa come Ho un figlio disgraziato.

Sono tutti ricordi che mi tornano alla mente ora, davanti a questa piccola praticante arrivata da poco e collocata sulla poltroncina che fu di Nicola, spedito, invece, al secondo piano. Si chiama Miriana, ma dice che bisogna chiamarla Miri, che lei se sente Miriana non si volta nemmeno. Le ho detto che per me non c’è problema, ma se la chiama Giuseppe, il mio capo, farà bene a voltarsi non solo se la chiama Miriana, ma pure se la chiama Donatella o Attaccapanni, o Yhatruwzz. Ah ah ah, ha replicato lei, attaccapanni, ah ah ah, no dai, comunque chiamatemi Miri.

Stamattina trafficava con lo scotch. Ha appiccicato una piccola immaginetta di Padre Pio sul bordo del desktop. Il santino va a fare il paio con il salvaschermo che passa in loop sei o sette foto di George Clooney. Clooney con il cappello. Clooney con il sigaro. Clooney con i baffi. Clooney semplice. Ancora baffi. Figura intera.

– “Ma che fai? Attacchi Padre Pio?”
– “Il sacro e il profano”, mi ha detto compita. “Il sacro è Clooney, ovvio” e si è messa a ridere rumorosamente. Poi si è ricomposta e si è tranquillizzata: “No, scherzo, però mi dà serenità”.
– “Ma chi, Padre Pio”?
– “Ancora con ‘sto Padre Pio, cacchio no. CLOONEY!”

Ho provato nostalgia.

STANZE DI VITA QUOTIDIANA (QUELL’ESPRESSIONE UN PO’ COSÌ)

Prima

Stamattina sono stato dal dentista.

Io, di salute, sto abbastanza bene. Perlomeno rispetto alla gente che mi circonda. Nicola, per esempio, ha l’ernia del disco. Gli dico Nicola hai 32 anni, l’ernia del disco, dai. Lui si rabbuia, poi risponde guarda che l’ernia può venirti anche a 26 anni non conta l’età. A lui è venuta a 26 anni.

Ma io, invece, sto abbastanza bene.

Se non fosse per i denti. Sono due settimane che mi fanno male i denti. Non un dente. Proprio tutti i denti. E anche i muscoli della mascella. Finché si tratta di mangiare le castagne secche, è normale, per essere dure, sono dure. Ma domenica sera ho mangiato i fagolosi e ho avuto i dolori tutta la notte. C’è qualcosa che non funziona.

Così stamattina sono stato dal dentista. Mi ha guardato in bocca e, mentre si toglieva i guanti, ha annuito tra sé e sé dicendo infatti infatti. Mi ha guardato. L’ho guardato. Stava lì, col viso cupo ma soddisfatto. Poi ha detto: è arrivato il momento. Io sapevo già dove voleva andare a parare, lo sapevo ancora prima di sedermi sulla poltrona. Lo conosco da 24 anni. Sono 24 anni che ci prova. Vuole togliermi i denti del giudizio. Non lo so, forse i denti del giudizio lo innervosiscono, forse gli ricordano qualcosa della sua giovinezza, un amore finito male, la nonna malata. Qualcosa ci deve per forza essere visto che li fa togliere a tutti. Nella mia famiglia, non c’è più un dente del giudizio neanche a pagarlo. Mia madre, mio padre, mia sorella, tutti privi. Con me non ce l’ha mai fatta. Io ho paura. E la scusa poi mangi il gelato, con l’età che ho, non è che aiuti molto.

Così gli ho detto: ma non sarà bruxismo?

Il bruxismo è una malattia che ho sentito nominare per la prima volta da una mia collega che ne soffre. Consiste nel digrignare i denti tutta notte, rovinando lo smalto a lei, il sonno a chi è le vicino. Dice che è dovuta allo stress. Ma che brutta roba ho detto. Ma no è come l’herpes mi ha detto la mia collega. Lei, infatti, ha anche l’herpes.

– “Potrebbe essere bruxismo”, ho ripetuto, provando a distoglierlo dai denti del giudizio.
– “Ma perché, tu digrigni i denti nel sonno?”
– “No, non lo so. Faccio per dire.”
– “Eh, eh, eh…”
– “Perché ride?”
– “Eh eh eh…”
– “Non capisco.”
– “Penso alla persona che se ne è accorta… mentre tu dormivi.”
– “Io dicevo per dire.”
– “Mi ricordo che eri un pupetto alto così e ora… eh eh eh…”

E ha fatto la faccia sorniona, dandomi dei colpetti sulla guancia con lo specchiettino. Poi si è rimesso i guanti, ha guardato i denti di nuovo e ha detto no. Ho un’infiammazione alle gengive causata dai denti del giudizio che non sono usciti e a questo punto evidentemente vanno tolti. Sinflex due giorni. Augmentin una settimana. Poi si opera.

Eh eh eh…

– “Ride per i denti o per l’altra cosa?”
– “Entrambi.”

Seconda

Sull’autobus, arrivando in studio, ho fatto un incontro.

L’autobus era quasi vuoto. Alle dieci del mattino ci sono solo pensionati in giro a Milano. Non occupano molto spazio. Io ero seduto nel posto sopra la ruota, quello che sta in alto. Guardavo un vecchietto con la borsa della spesa, seduto all’altro lato. Questo vecchietto continuava a ispezionare la borsa. Penso che si fosse dimenticato qualcosa visto che aveva un’espressione davvero preoccupata. Mi sono immaginato sua moglie al ritorno. Brutto pezzo di un brutto deficiente, il latte, scremato doveva essere, e questo salmone scade tra tre giorni e il pesce noi lo mangiamo domenica, e chi ti ha autorizzato a prendere i budini alla soia che il medico ti ha vietato gli esperimenti. Povero vecchietto, pensavo. Cominciavo a sentirmi coinvolto. Stavo quasi per avvicinarmi a lui e chiedergli se avesse bisogno di aiuto, quando ho incrociato un viso noto.

Sul mio stesso autobus, c’era Cacciari.

Il filosofo.

Il sindaco di Venezia.

Ora, so che non stiamo parlando di chissà quale vip, però, insomma, vedere Cacciari sul pullman a me ha fatto ridere. Per di più si teneva stretto agli appigli mobili. Ho lasciato stare i pensieri del vecchietto e ho cominciato a fare tutta una serie di congetture su Cacciari che si teneva agli appigli mobili. Ho pensato che io – avvocato – appena sono salito sul pullman, sono andato a sedermi nel primo posto libero, già stanco alle 10.15. E invece Cacciari – filosofo – stava lì, fiero, in piedi, con eleganza, guardando fuori alla ricerca della fermata giusta, stringendo il suo appiglio mobile. Proprio un filosofo. E per di più con un librone di Plotino sottobraccio. E questo fatto è anche abbastanza ridicolo. Proprio uno stereotipo. Come se io andassi in giro con un codice civile commentato sotto l’ascella. Cacciari aveva Plotino sottobraccio.

E’ stato allora che mi è venuta in mente quella storia pruriginosa di tradimenti e relazioni clandestine. Il famoso triangolo Berlusconi-Lario-Cacciari. Io non sono uno che abitualmente si interessa ad argomenti di questo genere, però quella vicenda mi è sembrata sempre abbastanza succulenta. Guardo Cacciari, con questa barba un po’ furbetta, l’occhio vispo, Plotino sotto il braccio. Possibile che si rimanga sedotti da uno così? Possibile sì.

Allora ho pensato adesso mi alzo e vado a chiedergli “ma è vero che…” e poi faccio la faccia sorniona, la stessa del mio dentista. Sicuro non mi risponde, ma se fa anche lui la faccia sorniona, sono a posto.

E’ finita che mi sono avvicinato e ho detto solo Ma lei è Cacciari?. ha risposto lui e ha fatto come finta di dover scendere alla prossima. Complimenti è stata l’unica cosa che sono riuscito ad aggiungere. Mi era venuta un po’ di vergogna. In fondo, dentro di me, sapevo che alla fine non sarei mai riuscito a fare una domanda così stupida. Credo di avere fatto la figura dell’alcolizzato.

Quando sono arrivato in studio, ho detto:

– “Giuseppe, sai chi ho visto?”
– “Chi hai visto?”
– “Cacciari.”
– “Cazzo è Cacciari?”.
– “Il filosofo.”
– “Quello che si tromba la moglie di Berlusconi?”
– “E dai, Giuseppe, son pettegolezzi.”

Mi è dispiaciuto dover rispondere così. Se avessi avuto un pochino di coraggio in più sul pullman, avrei potuto ribattere con certezza proprio lui. E fare la faccia sorniona.