LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI A NOI CI FA RIDERE

Scendo dalla carrozza e mi ritrovo sulla banchina della stazione di Treviso Centrale. Sono solo, non fosse per un cucciolo di westie che mi ringhia addosso da dietro una cancellata. Gli mostro i denti in un’espressione da squilibrato e l’animale impazzisce di rabbia. Mi allontano continuando a fissarlo e a mostrargli i denti nello stesso ghigno da pazzo.

– “Non ha niente di meglio da fare?”, mi domanda una signora mimetizzata ad un lampione.

Mi faccio serio. Sto per dire qualcosa tipo “ha cominciato lui”. Scelgo di dileguarmi in silenzio.
E’ quasi l’una di notte.
Mi sento spossato. Il proposito di studiare le carte durante il viaggio, in vista dell’incontro di domani, è stato frustrato dalla compagnia di un signore raggrinzito seduto di fronte a me, desideroso di farmi avere notizie della figlia.

– “Una ragazza molto, molto in gamba, un chirurgo affermato, attenzione si dice chirurgo anche se lei è una donna, e che donna, bella, di carattere, non ci vediamo da quattro anni, da quando è morta la madre, non mi vuole più vedere, chissà per che colpe poi, rivangare il passato non ha senso, certe storie sono chiuse. O no?”
– “Mi spiace, mi spiace davvero”, ho detto sovrappensiero e, nel tentativo di troncare lì la conversazione, ho aggiunto: “La vita alle volte…”

Cosa fa la vita alle volte?

– “Sa essere crudele”, ha terminato l’anziano, fissandomi nel riflesso del finestrino.
– “Crudele. Esatto”, ho ripetuto, ricambiando lo sguardo.

Mi sono sentito inquieto. Alzandomeli all’altezza degli occhi, sono tornato ai miei fogli.

– “Però è in gamba, sa, un chirurgo, trentacinque anni e già opera, tutto, pance schiene facce, il cuore non si può, ci vogliono le specializzazioni particolari.”
– “Gliel’ho detto. La vita alle volte sa essere crudele”, ho provato di nuovo a chiosare.

Crudele. Guardo il vecchio che ora scruta incuriosito una goccia di condensa sul soffitto dello scompartimento, mugugnando qualcosa. Guardo i miei vestiti completamente spiegazzati. Guardo i fogli del fascicolo, sempre più offuscati ai miei occhi.
Crudele.
All’altezza di Montecchio Maggiore, stremato da racconti di oscure colpe passate, ho deciso che tanto valesse cercare di riposare. Ho chiuso gli occhi nel tentativo di mettere a tacere il vecchio e, dopo una ventina di minuti trascorsi sforzandomi di non aprirli, devo essermi assopito davvero. Così suppongo, non tanto per il fatto che mi sono svegliato riposato – tutt’altro – quanto perché, al mio risveglio, sul risvolto sinistro della giacca ho notato un rivolo di saliva in fase di allargamento. Mi sono passato una manica sulla bocca e mi sono guardato intorno imbarazzato. Ma ero rimasto solo. Il viaggio è proseguito tranquillo. Nessun anziano, nessun chirurgo, nessun documento da analizzare. Solo io e la mia saliva che andava seccandosi sulla giacca.

La stazione di Treviso è un’oasi ferroviaria. Tranquilla, piccola, in centro città.
Da lì, mi dirigo a piedi verso l’albergo, un modesto tre stelle, scelto per non caricare il cliente di troppe spese. Non ci faccio molto caso di solito. Nelle trasferte lascio da parte ogni pudore: chiedo alla segretaria di selezionare i migliori alberghi, nelle zone più esclusive, e prenotare quello con il nome più lungo. A Parigi ho alloggiato al Best Western Etoile Saint Honorè Hotel. A Londra all’Hyatt Regency London The Churchill Hotel. A Roma all’Aleph A Boscolo Luxury Hotel. Ma qui a Treviso non me la sono sentita. Di nomi lunghi non ne abbiamo trovati.

– “Duchesne”, esordisco. “Ci dovrebbe essere una stanza prenotata a mio nome.”

Una graziosa signorina intorno ai trent’anni mi accoglie alla reception, mostrandomi con uno sbadiglio, trattenuto senza convinzione, una certa impazienza per il mio arrivo. Dietro di lei, in bilico sopra ad un ripiano, penzola un’aquila imbalsamata nella posa di chi in fondo se l’aspettava.

– “La stavamo aspettando”, dice guardando l’orologio. “Un po’ prima, magari.”
– “I treni. I soliti ritardi”, provo a giustificarmi.
– “Ha un documento con sé?”

Glielo porgo.

– “Non faccia caso alla foto”, dico appoggiando un gomito sul banco. “Quel giorno mi ero svegliato da poco e non le dico la sera prima, altri tempi quelli, pensi che…”

Ma la signorina mi restituisce la carta d’identità senza nemmeno aprirla e i miei tentativi di mostrarmi brillante naufragano sulla frase: “La colazione viene servita dalle 8 alle 10”. E’ stato il nostro unico scambio di battute. Il giorno dopo, al check-out, avrei trovato ad attendermi un obeso con la barba a chiazze e il dialogo non sarebbe andato molto più in là di:

– “Frigo bar?”
– “Le noccioline”.

Salgo al primo piano, apro la porta e mi lascio cadere a corpo morto sul letto. Rimango alcuni minuti immobile, guardando gli ornamenti sul soffitto, poi mi rialzo a fatica e, lentamente, comincio a spogliarmi. Con i calzini ancora addosso e la camicia sbottonata per metà, mi accomodo sul gabinetto per orinare, tenendo tra le mani una bustina di arachidi tostate, troppo stanco per farlo in piedi, troppo affamato per aspettare di mangiare. Sgranocchio le noccioline e sento la nostalgia di Milano impossessarsi di me. Un uomo sul gabinetto di un albergo che rosicchia noccioline è un uomo molto solo, penso. L’influenza di Giuseppe partorisce risultati.
Nel giro di pochi minuti ho lavato i denti, ho infilato una maglia e sono sotto le lenzuola cercando di dimenticare che non ho letto ancora nulla dei documenti che dovrei conoscere per la riunione di domani. Agguanto il telecomando e accendo la televisione. Digito il numero 125 – codice della stanza – seleziono tra le diverse opzioni e il film ha inizio. In un aeroporto, un ragazzo ben vestito, con ventiquattrore e giornale, attende all’uscita 13 che si proceda all’imbarco. L’imprevisto è dietro l’angolo. Un’addetta alle pulizie gli si avvicina. L’uomo la invita in uno sgabuzzino. La ragazza gli mette la mano sui pantaloni. Lui le lecca il collo. Intanto che l’uomo dai genitali innaturalmente glabri sfila le mutande alla ragazza che fino a pochi minuti fa era una semplice addetta alle pulizie dell’aeroporto ed ora è piegata in una posizione che – così a prima vista – non mi sembra naturale, la mia testa si fa pesante, mi appoggio su una guancia e prendo sonno serenamente.

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