TI OFFRO UN CAFFÉ

– “Sai che in Portogallo sono convinti che Colombo era portoghese?”
– “Ma guarda, che se lo tenessero pure. Famoso per uno sbaglio. Che se sbaglio io una clausola lo vedi poi cosa mi fanno.”
– “Ma sai, magari lui ha fatto finta di sbagliare. Tieni presente che l’America era sconosciuta a quel tempo. Se avesse detto vado in un posto sconosciuto, ti pare che lo finanziavano? E conta che ci volevano un sacco di soldi a metter su viaggi del genere. Le ho un po’ studiate queste cose, colonialismo, isole, negri di colore. Allora lui dice vado in India. Ah beh, l’India, dicono quegli altri eccoti le caravelle.”
– “Uhm.”
– “È un’ipotesi. Poi, chiaro, lì ci sono tutti i problemi della storia ufficiale, interessi da tutelare, archivi segreti.”
– “Tipo Kennedy.”
– “Grande Kennedy.”

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A MILANO I RICCI NON HANNO NESSUNA ELEGANZA

Stamattina sono stato tirato giù dal letto dalla portinaia.

Ha suonato e io ho aperto la porta in mutande e con la maglietta che mi ha regalato una società attiva nel campo farmaceutico assistita qualche mese fa per un’acquisizione.

– “Cosa c’è?”, ho chiesto ma ho visto subito che aveva un’espressione tutta ingrugnita.
– “C’è che finalmente riesco a trovarla.”
– “Eh, però io stavo anche dormendo.”
– “Guardi, eh. Non cerchi di farmi compassione.”
– “No, quale compassione. Io stavo dormendo davvero.”
– “E allora mi lasci parlare.”

Il fatto è che – ha detto – si sono lamentati gli anziani sotto casa mia perché faccio la doccia di notte tardi e li sveglio e se anche sono già svegli è probabile che ci sia un motivo perché sono già svegli e non è certo per stare a sentire me che torno a casa a chissà che ora e faccio la doccia e giro sciabattando e poi apro ancora la doccia e chissà cosa faccio con quella doccia.

Io l’ho guardata in silenzio per qualche secondo, ho fatto no con la testa e poi, con un’espressione seria, di uno che sta per dire qualcosa di molto importante, ho detto una sola parola: “Lui”, e col dito andavo avanti e indietro indicando la porta di fianco alla mia.

– “Lui?”, mi ha chiesto la portinaia stranita.
– “Lui, lui.”
– “Ma chi? Il signor Colberti?”

Annuisco in silenzio.
Il signor Colberti.
Esattamente.
La portinaia ci ha pensato su, si è rabbuiata, poi ha alzato la voce.

– “Ma mi lasci stare il signor Colberti per piacere. Che il signor Colberti è malato, il signor Colberti ha i problemi nel cuore. Bravo l’avvocato. Bravo davvero, mi congratulo. Tirare in ballo il povero signor Colberti invece di prendersi le sue responsabilità”

Io ho fatto una faccia come a dire va beh, il signor Colberti, magari sta anche male, però adesso non è che dobbiamo fidarci ciecamente del signor Colberti, ma la portinaia guardava assorta la maniglia e scuoteva la testa. Poi all’improvviso è tornata a guardarmi fisso.

– “Lei poi non c’ha neanche la ragazza.”
– “E lei cosa ne sa?”
– “Ah ah ah. Lo sappiamo tutti.”