UN PICCOLO PENSIERO

A Milano è scesa la nebbia; i negozi hanno chiuso in anticipo; il pannello sopra la mia testa indicava un’attesa di 24 minuti per il 14 quando un tram tutto vuoto pieno di lucine mi è sfilato davanti, un po’ come una provocazione; un mio amico di Bonelli mi ha mandato una cartolina elettronica con un enorme fiocco di neve che attraversava lo schermo e scopriva piano piano la facciata del suo studio e poi finiva lì; ho visto ausiliari della sosta fare le multe con il cappellino di babbo natale con le lucine; fuori dalla FNAC, ho sentito un uomo pieno di pacchi dire alla figlia: “Patrizia hai rotto i coglioni, tua madre la vedi domani, oggi sei mia”; mi è arrivato un panettoncino di 250 grammi da Banca xxxxxx; i barboni giocano a carte in Galleria; nei negozi di kebab i commessi dicono semplicemente buona serata ma quando stai per chiudere la porta lo senti che si stanno correggendo perché si sono ricordati che questa sera è una sera speciale; Giuseppe mi ha chiamato dall’aeroporto e mi ha detto: “auguri a te, alla tua famiglia, e anche a Eleonora, ah no, aspetta, vero che ti ha lasciato, ah ah ah, eddai che si scherza, se non si è autoironici almeno la vigilia”; mia mamma mi ha mandato una mail: “aiutami che non mi ricordo, ma tu la frittata la mangi?”; e io adesso vado a farmi una doccia, metto su la pasta e poi mi guardo Sette spose per sette fratelli.

Insomma, i segni mi sembra ci siano tutti: domani è Natale.

Auguri.

DECONSTRUCTING DUCHESNE

L’anno scorso, dopo aver ricevuto questa telefonata, mi sono messo immediatamente al lavoro sul libro e, dopo molte stesure, ripensamenti, revisioni, ho spedito il manoscritto speranzoso e mi sono messo in impaziente attesa. Così, dopo un paio di settimane, ho ricevuto quest’altra telefonata.

– “Duchesne”, ha detto la stessa voce squillante della prima volta.
– “Eccomi.”
– “Ma che diavolo di nome, Duchesne.”
– “Sì, ma con la c dolce. Ducesne.”
– “No, no, altro che c dolce. Dukesne, aggressivo, duro.”
– “…”
– “Comunque Duke – ho visto che ti chiamano anche Duke, sapore di jazz, anni venti – ho appena finito il manoscritto. Te lo dico, Duke – bello anche Duke, in effetti – io me lo aspettavo un certo sapore, una bella storia piena di – come dire – condimento. Eh, ma qui altro che sugo, qui abbiamo proprio un bel polpettone. Ma non nel senso di noia, oh, Duke, mi raccomando, intendo nel senso di prelibatezza, di golosità – come dire – succulenza. Non mi fraintendere, suc-cu-len-za, che io da quello che leggo lo vedo che tu sei un pochino così – come dire – incazzoso e ti offendi subito. No, qui abbiamo un polpettone di grossa sostanza. Guarda, Duchesnone, io mica me l’aspettavo, che sei sempre lì mogio, tutto perbenino, e sto bene e sto male, lo ammetto, io non me l’aspettavo. E invece devo dirlo: bravo, bravo il Duchesne che mi ha fatto il romanzo. Come dice Giuseppe? Il mio prezioso collaboratore. Ecco, a proposito, forse sei stato un po’ – come dire – addosso al personaggio di questo giovane avvocato, un po’ sbilanciato in suo favore. E Giuseppe me l’hai un po’ – come dire – strapazzato, povero il mio Giuseppe. Ma va bene così, gioventù, ribellione, ritorno al sessantotto.”
– “…”
– “Duke, ma ci sei?”
– “Sì.”
– “Wow.”