NON CREIAMO INUTILI ALLARMISMI (L’OTTIMISMO)

L’avvocato d’affari – come ogni avvocato – è un libero professionista.

E questo, molto semplicemente, significa che, all’inizio della sua collaborazione con lo studio illegale, non firma nessun contratto di lavoro. Certo, qualcuno, soprattutto negli studi anglosassoni, si trova a dover firmare un contratto in cui dichiara che non ha firmato nessun contratto, ma queste sono eccezioni figlie di quel famoso humour inglese, tanto giustamente celebrato.

Improvvisamente, però, a scardinare le certezze di tutto questo libero professionismo, è arrivata la Crisi e la Crisi, si sa, genera nervosismo, suscita insicurezze, diffonde paure e l’avvocato d’affari allora tende le orecchie, si guarda in giro, coglie i segnali, si affida alle smentite lette sui giornali (“Tagli? Solo una leggenda metropolitana”), con tutto il loro sapore di ottimismo ed euforia.

Ed è proprio con le ottimistiche ed euforiche smentite nella testa che il mio ex compagno di università, Còmoli, si è presentato nella stanza del suo partner responsabile.

– “Siediti Comòli…”
– “Còmoli.”
– “…Còmoli.”

Una lunga pausa ottimista.

– “Son nervoso, non farci caso”, gli ha detto a un certo punto il partner. “Stamattina ho litigato con un tizio sull’autobus, un ciccione, se ne stava lì in mezzo al corridoio, ostruiva il passaggio, che io poi, figurati, va bene, son paziente, ma penso agli anziani, alle donne incinte. Guarda, alle volte penso che gli obesi, con tutto il rispetto, non dovrebbero nemmeno farli entrare in certi posti. Tipo il cinema, l’aereo, anche alcuni bar. Sei lì che hai pagato un servizio e ti trovi ostacolato nella fruizione.”
– “Beh”, ha detto Còmoli, ancora abbastanza ottimista. “È anche questione di essere tolleranti. Se no, allora, uno potrebbe non volere, per dire, i vecchi.”
– “Se fossero grassi. Se no, che fastidio ti danno? A parte quelli impresentabili e allora ti potrei anche seguire, ma lì è la malattia, cazzo, bisognerebbe davvero essere bastardi.”
– “Non so. Io qualche anno fa ero grasso e, ecco, anche sentirmi segregato non mi sarebbe piaciuto.”
– “Tu eri grasso?”
– “Sì, poi ho avuto dei problemi di salute e, per farla breve, mi sono asciugato, ho perso 18 chili.”
– “Però oggi stai meglio.”
– “Beh, sì, naturale.”
– “E allora lo vedi che mi dai ragione? Ma pensa te, vieni a fare il politically correct con me? Tu farai carriera, caro mio. Comunque, eccoci qui. Arriviamo subito al punto, che siamo persone mature, e insomma… abbiamo avuto dei, ehm, colloqui interni. Sai com’è, i tempi sono quelli che sono, la congiuntura la conosciamo bene, e una struttura come la nostra necessita di coesione, di dialogo, pianificazione. E, pur con tutto l’ottimismo che abbiamo – perché il nostro è uno studio che funziona e funziona bene – è necessario muoversi per tempo, prevenire, eludere.”
– “Sì.”
– “Sono necessari dei chiamiamoli correttivi.”
– “Sì.”
– “Tu mi capisci, vero. Insomma, ci sono risorse, pure importanti, che però oggi non hanno vuoi le possibilità, vuoi le capacità, vuoi solo le condizioni ambientali per offrire il loro apporto. E queste risorse vanno quindi, diciamo, liberate.”
– “…”
– “Liberate”, ha ripetuto il partner.
– “Devo…”, un’esitazione poco ottimista da parte di Còmoli. “Devo lasciare lo studio?”
– “Non subito, cosa siamo? Cerberi? No, un paio mesi, ti prendi il tuo tempo per guardarti intorno, orientarti, cercare il tuo percorso. In fondo è solo un momento un po’ così, viscerale, una crisi di paure più che di sistema. Che poi è importante non creare inutili allarmismi. La crisi c’è – perché la crisi c’è – ma si gestisce, con la giusta fermezza, con la competenza, anche con la speranza, via. Poi uno come te, trent’anni, brillante, non si deve preoccupare, ha tutte le possibilità di questo mondo, anche fuori di qui, soprattutto fuori di qui, si tratta di capire la tua strada, che non dico che non sia questa, anzi, può essere, ma va prima capito e questo, caro Còmoli, non possiamo essere noi a farlo. Che poi, tu l’hai già dimostrato, soprattutto a te stesso. Quat-tor-di-ci.”
– “Cosa?”
– “I chili che sei riuscito a perdere.”
– “Diciotto.”
– “Diciotto? Tu sei un grande.”

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IL MESSAGGIO PROMOZIONALE

Dopo questa e questa, alla fine, è successo che oggi ho ricevuto un’altra telefonata dell’editore. E questa volta, ad essere sinceri, un po’ me la sono andata a cercare.

– “Duchesne”, la solita voce, un po’ meno squillante.
– “Eccomi.”
– “Sì, per fortuna eccoti. Ma allora? Me la dai una spiegazione?”
– “Una spiegazione di cosa?”, ho chiesto, facendo finta di non capire.
– “Il silenzio, figliolo. Tutto questo silenzio. Ma non mi fai neanche un po’ di promozione, un annuncio, piccolo piccolo? Cioè, il deserto hai fatto sul blog. Non un post, nulla, mi sembra di vederti, rintanato, tutto – come dire – musone. Ma gli vogliamo dare una possibilità a questo libro? Lo vogliamo portare in giro il tuo messaggio? Perché tu ce l’hai il messaggio, Duke.”
– “Io pensavo di…”
– “Un messaggio forte: la speranza, la resistenza – come dire – il sogno. Ma porca valanga, Duchesnone, queste cose non dovrei essere io a dirtele.”
– “È che sono un po’ nervoso…”
– “Ah, ecco, giusto, poverino, è nervoso. Però finché sfotti la gente non sei mica nervoso, che l’ho visto eh, che ti piace prendermi per il culo, tutta la storia dell’editore minchione.”
– “Ma no, ma quello sul blog non sei tu, è finzione narrativa, l’ho detto anche in un’intervista.”
– “Sì, la finzione narrativa. E già, perché io sono fesso, sono Giuseppe, io, che me lo faccio menare sotto il mento. Eppure lo vedi, Duke, io lo chiudo l’occhio, mi tappo – come dire – il naso. Però mi aspetto l’impegno da parte tua, la volontà. E tu, niente, un muro. E allora, visto che ti piace fare il furbacchione e ho capito cosa hai in mente, ci penso io: Da domani, 4 febbraio, in tutte le librerie, Studio Illegale, il romanzo. Scritto tutto?”
– “…”
– “Perfetto. Una è fatta. Ora, Duke, ancora una cosa. Hai visto la puntata dei Simpson, con Pynchon, lo scrittore, che si tiene il sacchetto del pane sulla testa per non farsi riconoscere?”
– “Quella in cui Marge scrive un romanzo?”
– “Quella. Ed ecco l’idea. E se facessimo una tua foto…”
– “Sì?”
– “… con un enorme cravattone rosso che ti copre tutta la faccia? Pensaci, che poi ti chiamo.”